Shark 3d: recensione film

ALTRO SQUALO ASSASSINO IN UNO SCENARIO IMPOSSIBILE: UN SUPERMARKET D’AUSTRALIA. DA EVITARE

GENERE: horror

DATA DI USCITA: 05 Settembre 2012

VENEZIA 69 – Uno tsunami violentissimo e uno squalo affamatissimo. Non è il tormentone dell’estate, ma l’ultima geniale trashata voluta dal regista Kimble Rendall, specialista di set acquatici, e dalla produzione australiana che ha voluto girare un film di stampo gore ambientata ai giorni nostri: Shark 3D. L’incipit è quello di tante pellicole in cui c’è un dramma umano violento, la morte di un ragazzo ad opera di un pescecane. Lo spunto, banalotto nella sua suspence da quattro soldi, prosegue con le vicende di un gruppo di persone, di cui si raccontano i  minuti precedenti ad un maremoto di incredibile intensità, che spazza via tutto e travolge un supermercato.

In quel preciso punto, regia e sceneggiatura hanno voluto far ricominciare la storia del gruppetto di survivors, infarcita con le loro storie personali e un predatore che al contrario di quanto tutti i naturalisti affermano, ama cacciare ed ha una fame insaziabile di carne umana.

Uno scenario apocalittico e scoraggiante, che metterà a dura prova i nervi dello spettatore, accompagnato sott’acqua solamente nel corpo a corpo irreale, o spaventato con una musica incalzante che ha l’effetto contrario dell’appassionare: disgustare. Ecco la parola giusta che manca ad un certo tipo di ideatori di cinema, la mancanza di rispetto per un certo tipo di visione che, lontano dal bigottismo spicciolo, non porta da nessuna parte e da troppo tempo stanca già nei primi secondi di proiezione.

Lo squalo, Halloween e Tartarughe Ninja, saccheggiando qua e là il genere horror e provando a dare brividi ad intermittenza, l’intera costruzione logica del film si basa solo sul ruolo misero (e contro la fisica) dei buoni contro giusti, umani contro specie animali, in un contesto panoramico e subacqueo in cui madre Natura non si è mai divertita così tanto. Al contrario noi ci siamo annoiati all’ennesima prodezza agonistica nei confronti della creatura più spaventevole degli abissi. Figuriamoci quando il fondale è basso e si nuota tra sacchetti di frutta e cestini galleggianti.

Evitando poi il discorso sul 3D, non possiamo salvare una pellicola che gioco forza ha il suo unico punto di forza nella claustrofobia dilagante e, magari, sull’interessante lavoro creato all’interno di un set così ridotto, che tralascia tutto il resto dell’universo cinema, a partire dal cuore con cui si comincia a raccontare una storia pur “incredibile”, qui sbranato dall’ennesimo attacco pinnato.

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