Venezia 69: bad 25 – recensione

SPIKE LEE RACCONTA L’ARTISTA MICHAEL JACKSON

Genere: Documentario

Parlare di un artista complesso come Michael Jackson non è semplice, raccontare del suo primo successo sarebbe stato facile, avrebbe spiegato i primi anni del re del pop, ma Spike Lee ha deciso di fare diversamente e il venticinquesimo anno dall’uscita di Bad è il modo migliore per raccontare un artista che già in vita era considerato una leggenda.

Bad 25 è  l’occasione di conoscere il momento di maggiore successo di Jackson, una fase cruciale della sua vita artistica. Dopo l’uscita di Thriller, l’album dei record e che lo ha reso famoso in tutto il mondo, avrebbe potuto adagiarsi invece ha deciso di rischiare e di puntare a fare un nuovo disco non per eguagliare il primo, ma per superarlo a livello di successo e soprattutto per dimostrare che musicalmente aveva molto altro da dire.

Quello che emerge dal documentario di Lee è l’artista nei suoi habitat naturali, nel luoghi dove era a suo agio; nello studio di registrazione, sul set, sul palco con i suoi amici e compagni di lavoro che qui raccontano quello che i giornali spesso negli anni hanno dimenticato di pubblicare lasciando spazio solo per la sua vita privata e i suoi eccessi, facendo passare in secondo piano il fatto che fosse si un personaggio particolare ma soprattutto un genio, un artista che non si è servito della musica e della danza ma si è fatto trasportare da questi due elementi elevandoli. Il punto di vista è dei migliori, perché quando si parla di personaggi come Michael Jackson si deve conoscere il suo lato artistico lasciando da parte la vita privata, come se fossero due persone distinte perché quello che ha dato al suo pubblico musicalmente parlando non può essere offuscato dall’uomo.

Spike Lee grazie ai ricordi di grandi artisti che hanno lavorato negli anni accanto a Jackson, descrive la nascita dell’album Bad del 1987, l’evoluzione dei brani che sono all’interno sia per quanto riguarda i testi che per le musiche. Grazie alle immagini di repertorio emergono tratti dell’artista nella sua vita privata mentre incide o recita nei suoi cortometraggi, era così che amava chiamare i videoclip delle sue canzoni, o sul palco con i suoi inconfondibili movimenti che hanno entusiasmato intere generazioni.

La sua morte è stata una tragedia, ma parafrasando uno dei suoi amici e collega degli anni d’oro ogni volta che le nuove generazioni si esalteranno davanti a un suo cortometraggio o all’ascolto di un brano lui rivivrà perché la sua musica è viva. 

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