La cittÀ ideale: recensione film

LUIGI LO CASCIO TENTA LA CARTA DELLA REGIA E RIESCE IN PARTE A FARE CENTRO 

GENERE: Drammatico

USCITA IN SALA: 11 aprile 2013

Luigi Lo Cascio, nonostante il fisico gracile, la bassa statura e il naso corvino, elementi che non lo rendono esattamente un sex symbol, si è comunque caratterizzato come uno degli attori più apprezzati della penisola, visti i suoi impegni tra teatro e cinema dopo essere uscito anni fa dall’accademia Silvio d’Amico. Esordisce ora nella regia e sceneggiatura con un film che sembra una lettera d’amore a Siena, ma è anche un insolito apologo di certe manie, che appaiono proprie del neo-autore.

Michele Grassadonia è un onesto cittadino che per via del suo amore per l’ambiente è visto di cattivo occhio da chi lo circonda: in casa sua non utilizza corrente, né acqua corrente, ricorrendo a quella piovana. Quando un giorno, alla guida d’una macchina, soccorre un ferito per strada viene accusato d’averlo investito: è a questo punto che Michele cade in un incubo ad occhi aperti in cui dovrà rivedere ciò in cui crede, sbandierando, non sempre in modo infallibile, il suo bisogno di verità e giustizia.

C’è sempre un minimo di curiosità quando un attore esordisce alla regia. Per quanto riguarda gli italiani, il caso più eclatante sembra essere quello di Kim Rossi Stuart, il cui Anche Libero va bene ha incontrato un successo di critica e pubblico a livello europeo. Qui non ci troviamo di fronte a un’opera impeccabile, anzi, ma viste alcune particolarità, il film sfugge da una stroncatura facile.

La regia è sicuramente funzionale alla storia, ma non offre mai particolari guizzi creativi e anche nei momenti più bizzarri e onirici Lo Cascio sembra non prendersi mai la libertà avuta e agisce sotto le righe, come se avesse paura di strafare. Meglio invece i dialoghi che in sala sono stati addirittura paragonati a Durenmatt e a Kafka: senza volare così alto, ci sono momenti in cui i dialoghi scorrono lisci che è un piacere e a volte le risate (amare, ma pur sempre risate) vengono spontanee, soprattutto quando Michele si confronta con chi è completamente estraneo al suo ‘mondo’ e ai suoi ideali.

Notevoli sono anche i momenti tra l’attore e la madre, che ricopre questo ruolo sia nella finzione che nella verità e infatti l’alchimia tra i due si vede eccome. Purtroppo il film in altri momenti non sa come evolvere e s’inceppa, come succede poco prima del finale, risultando un’opera compiuta a metà. Ma abbiamo visto che Lo Cascio è capace d’osare in fase di scrittura. Se riuscisse a fare lo stesso anche in cabina di regia allora avremo un nuovo autore d’occhio. Per il momento la sentenza è rimandata al prossimo film. 

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