Magic mike: recensione

SODERBERGH RACCONTA IL MONDO DEGLI SPOGLIARELLISTI, IN UN FILM DI CORPI SENZA INUTILI MORALISMI

GENERE: Commedia

DATA DI USCITA: 21.09.2012

Quando si parla di luoghi e/o situazioni in cui il sesso la fa da padrone, cadere nella becera retorica è davvero facile. Eppure Steven Soderbergh riesce, grazie alla sua capacità di guardare al mondo in maniera sempre oggettiva, a raccontare in Magic Mike un mondo, quello dello streaptease maschile, senza cadere in inutili moralismi, che avrebbero certamente rovinato la pellicola. Tre star di Hollywood del calibro di Channing Tatum, Matthew Counaughey e Alex Pettyfer costantemente semi nudi e che ammiccano alle telecamere per quasi due ore di film: è così che il regista decide di realizzare un’opera che parla del corpo maschile, tralasciando infatti la sceneggiatura, che è solo uno spunto per mostrare allo spettatore un mondo che ancora non ha trovato molto spazio sul grande schermo. 

Di giorno, Mike è un affascinante imprenditore in cerca di successo, di notte è la stella di un locale di striptease gestito da Dallas. Mike prende sotto la sua ala protettiva Adam, soprannominato The Kid, e gli insegna l’arte dello spogliarello, del rimorchio e dei soldi facili. Ispirato alla vera storia di Channing Tatum, che a 19 anni si è davvero ritrovato ad essere uno spogliarellista, il film ruota proprio intorno all’attore, che dimostra in definitiva di non essere solo uno dei tanti bellocci di Hollywood, ma di saper recitare ed anche abbastanza bene. Soderbergh ha cucito proprio attorno a Channing Tatum tutto Magic Mike e forse senza la collaborazione tra i due questa pellicola non avrebbe avuto motivo di esistere. Il film è tutto uno spettacolo, nel senso che sono proprio gli spettacoli, i balletti, le mosse degli attori a rendere interessante Magic Mike.

Si tratta di un film dove i corpi statuari degli attori ha la meglio su tutto il resto, tanto che, una volta usciti dal cinema, si auspica che Soderbergh si dedichi sempre a queste opere “poco impegnative”, dato che fa uscire fuori il meglio di sé, rispetto ai lavori “più seri”. Certo siamo ben lontani dalla filosofica perfezione di Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, ma c’è da apprezzare il tentativo di aver voluto mettere in mostra, pur non osando mai troppo, il corpo maschile, che spesso al cinema rimane sempre troppo coperto rispetto al corrispettivo femminile. 


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