Qualcosa nell’aria: recensione film

OLIVIER ASSAYAS RACCONTA IL CLIMA POLITICO DEGLI ANNI ‘70

GENERE: Drammatico

USCITA: 17 gennaio 2013

Francia, Parigi, 1970: quante sceneggiature iniziano così? Infinite! Nato nel 1955, il regista Olivier Assayas ha quindi voluto regalare al pubblico la sua visione del fervente clima politico ed artistico di quegli anni, con la pellicola Après Mai, presentata al Festival di Venezia 2012. Il film è incentrato sulla figura di un giovane ragazzo, Gilles, aspirante pittore e regista, che cerca di trovare una strada per il suo futuro, diviso tra la lotta politica militante e il suo sogno di essere un’artista. Il ragazzo infatti non ha, come i suoi compagni, la voglia di impegnarsi totalmente nella politica e quindi si tuffa nel mondo dell’arte per cercare di realizzare i suoi sogni.

Inevitabilmente, nonostante sia un’opera di finzione, Après Mai è un film di formazione, parzialmente autobiografico, in cui il regista racconta come un ragazzo qualunque si sia ritrovato a vivere una straordinaria avventura, che lo ha poi portato a realizzare tutto ciò che desiderava, nonostante una nostalgia di fondo, segnata dal ricordo della ragazza scomparsa precocemente. La pellicola insomma ricalca quello che ormai si può considerare un film di genere, dato che il cinema è già saturo di immagini sulle lotte politiche nella Parigi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Senza troppe pretese, Après Mai è come un diario ritrovato dopo tanti anni, letto solo per ricordare che cosa si è fatto nel difficile passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta. Del resto per tutto il film, c’è solo una domanda a cui il pubblico deve rispondere: seguire i sogni, che portano inevitabilmente l’individuo a vivere un’esistenza isolata, oppure cerca di condividere qualche cosa di più grande insieme ad una comunità? È poi il singolo spettatore che può rispondere a questo quesito di Assayas, decidendo se il protagonista si è o meno comportato correttamente nella sua decisione finale.

Per ciò che concerne il lato filmico in senso stretto, non si ha di fronte un’opera memorabile, è eccessivamente lunga e con dialoghi non troppo interessanti. C’è anche da aggiungere che in molte parti si ricalcano degli stereotipi e nelle situazioni e nella psicologia dei singoli personaggi. Insomma giusto per definirlo con tre semplici parole: tutto già visto.

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