Venezia 69: kapringen (a hijacking) – recensione

UN TESO FILM DI GENERE DIRETTAMENTE DALLA DANIMARCA PRESENTATO IN ‘ORIZZONTI’.

GENERE: Thriller / Drammatico

Dopo la cocente delusione del nuovo film della regista premio Oscar Susanne Bier il cinema danese fortunatamente torna a risplendere. E lo fa con una pellicola di genere solida molto solida, che è quasi strano vedere in una sezione aperta alle nuove sperimentazioni come quella di Orizzonti: Kapringen.

Il film narra la storia di una barca che viene presa in ostaggio da un gruppo di pirati somali. Saranno più di cento giorni di difficoltà sia per chi vede la propria vita a rischio sia per chi sta seduto al tavolo a trattare coi rapitori, cercando di fare la scelta giusta.

Pur senza attori famosi e senza eclatanti scene d’azione, il film del giovane regista Tobias Lindholm, già sceneggiatore di Jagten – The hunt di Thomas Vinterberg in concorso all’ultimo festival di Cannes, non ha niente da invidiare a quelle grandi produzioni hollywoodiane che trattano simili argomenti. La cosa più eclatante è che una storia già vista come questa riesce ancora a toccare le corde dello spettatore e a dargli brividi nei momenti più inaspettati. Merito della sceneggiatura che vive il tutto dal punto di vista del capo della società che dovrà far fronte al proprio coraggio per cercare di salvare i propri uomini e il cuoco sulla nave, personaggio apparentemente ingenuo, che rivelerà una notevole forza d’animo pur di tornare dai propri cari: due protagonisti che offrono due interpretazioni solide, facilitando ancora di più l’andamento travolgente del film, quasi atipico per un film di Orizzonti, dove film con piani fissi senza dialoghi sono all’ordine del giorno.

Notevole è anche la fotografia, perennemente grigia, che sembra accentuare il senso di perdizione dell’equipaggio facilitando l’ingresso in un mondo in cui le difficoltà di vita sono sempre più disagevoli, ma la speranza è davvero l’ultima a morire. Anche se poi certe ferite non si rimargineranno facilmente.

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