Venezia 69: la cinquiÈme saison – recensione

PROFONDO, SPIRITUALE, ONIRICO: EMOZIONI FORTI ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

GENERE: horror

La cinquième saison, nuovo film della coppia di registi belgi Peter Brosens e Jessica Woodworth arriva in concorso alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia e convince, almeno la stampa italiana ed estera, che ha applaudito, dopo aver visto l’opera. E in questo caso il termine “opera” è più azzeccato che mai e non si tratta solo di un termine per sostituire le parole “film” e “pellicola”. Sì, perché siamo di fronte ad una vera e propria opera d’arte, che coinvolge tutti i sensi dello spettatore, fa riflettere e lascia quel piacevole senso di benessere, per aver appena visto un bellissimo film.

La cinquième saison, film inserito in una trilogia che comprende Khadak e Altiplano, è una pellicola di difficile definizione e si può collocare a metà strada tra il documentario e il video arte, ovvero due campi spesso battuti dalla coppia di registi belgi. Sembra quasi incredibile, ma per ciò che si vede sul grande schermo, siamo di fronte forse ad una vera e propria installazione artistica, nella quale vengono mostrati i vari quadri, che, in questo caso specifico, sono le 4 stagioni.

La storia ha luogo in una piccola comunità agricola della provincia belga e La cinquième saison inizia proprio con un rito propiziatorio, ovvero si celebra la fine dell’inverno e la tanto attesa primavera. Qualcosa però non va perché la pira, che dovrebbe prendere fuoco e per uccidere l’inverno, non si accende. È l’inizio della catastrofe: le mucche diventano sterili, la terra è arida, le api fuggono via. Con questo pretesto i registi cercano di raccontare la loro visione poetica ed onirica del rapporto uomo-natura. Natura che prepotentemente si riprende lo status di vera regina del nostro mondo, contrapponendosi invece all’arroganza dell’uomo. Insomma nemmeno la ragione può aiutare l’essere umano a sopravvivere, quando la Natura decide che per lui non c’è più posto. La Natura non dà più niente all’uomo, che si ritrova così l’animo sterile, svuotato, inaridito, tanto da arrivare a comportarsi nel più efferato dei modi possibili.

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