Venezia 69: l’homme qui rit – recensione

DEPARDIEU CHIUDE LA MOSTRA DEL CINEMA, RIPORTANDO AL C INEMA VICTOR HUGO

Per chiudere la 69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia, Baratta ha scelto il nuovo film di Jean-Pierre Améris dal titolo L’Homme qui rit, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo scritto nel 1869. Il film si avvale di un cast di attori francesi eccezionali sui quali capeggia uno straordinario Gérard Depardieu, affiancato da Emmauelle Seigner e Marc-André Grondin.

Il film racconta la storia di Ursus, un uomo di spettacolo, nella sua roulotte raccogliere due orfani persi nella tempesta: Gwynplaine, un ragazzo con il volto segnato da una cicatrice a causa della quale sembra che rida sempre, e Dea, una ragazza cieca. Pochi anni dopo, danno uno spettacolo in cui Gwynplaine è la stella. Ovunque si spostino, la gente vuole vedere il loro spettaocolo, ‘L’uomo che ride’, e dovunque c’è l’uomo che ride, arriva la folla. Questo successo apre le porte della fama e della ricchezza al giovane e lo allontana dalle sole due persone che lo hanno sempre amato per quello che è: Dea e Ursus. Jean-Pierre Améris porta sul grande schermo un personaggio principale che ricorda molto da vicino un mix tra il Corvo, il Joker e Edward Mani di Forbice; insomma qualche cosa di già visto al cinema, che però buca lo schermo.

Se per il film di apertura infatti si era scelto una storia moderna con The Reluctant Fundamentalist, per la chiusura la mostra si immerge in atmosfere ottocentesche, con una ambientazione che ricorda molto da vicino, considerando anche l’autore che ha scritto il romanzo, le varie trasposizioni cinematografiche de I Miserabili, di cui uscirà a breve una nuova versione diretta da Tom Hooper. Il film di Jean-Pierre Améris è una favola barocca, quasi tutta girata in interni, che si avvale di una sceneggiatura brillante e di una interpretazione all’altezza della struggente storia raccontata da Hugo. Emozionante!

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