Venezia 69: marco bellocchio apre la prima polemica

IL REGISTA DI BELLA ADDORMENTATA, SCONTENTO DEI RISULTATI, PROMETTE CHE I SUOI LAVORI NON PARTECIPERANNO PIÙ A UN CONCORSO

Malumori da Festival. Si è appena conclusa la 69ma edizione della Mostra Internazionale del cinema di Venezia e già, a due giorni dalle premiazioni, escono fuori le prime polemiche.

Il regista Marco Bellocchio che con Bella addormentata aveva portato al Lido un film complesso che, partendo dalla storia di Eluana Englaro, conduce lo spettatore a riflettere su temi importanti come l’eutanasia, è il primo che mostra la sua insoddisfazione. Il lungometraggio da lui diretto non ha vinto nessun premio e per questo, e per qualche merito che forse alla sua pellicola doveva essere riconosciuto, Bellocchio avverte che nessuno dei suoi film parteciperà mai più a un concorso: “Io ho affrontato con rispetto e in modo complesso un tema arduo e delicato come il fine vita questo il film ha bisogno di più tempo per essere capito fino in fondo; il ritmo di un festival non lo permette (…) Ho partecipato alla competizione e sono stato sconfitto. Lamentarmi no… Ho comunque preso una decisione: non parteciperò mai più a un festival. Questo è stato l’ultimo della mia carriera”.

Ma il regista non si ferma e attacca chi si permette di dire che, forse, uno dei difetti del cinema italiano è quello di essere un po’ troppo autoreferenziale “di queste imbecillità ne ho piene le scatole. A chi parla di autoreferenzialità vorrei chiedere: ma tu che hai capito del mio film?” e continua difendendo a spada tratta il suo lavoro che è conteso “da tutti i grandi festival internazionali. Tra pochi giorni lo porterò a Toronto poi a New York, Rio, Mosca, Tokyo, Telluride…”.

Non mancano le frecciatine a Michael Mann presidente di quella giuria che ha deciso di non premiarlo “è impeccabile ma non mi interessa: abbiamo idee totalmente diverse (…) La giuria ha giudicato secondo una sua idea di bellezza… Ma non ci vengano a dare lezioni su che cosa gli italiani dovrebbero raccontare al cinema (…) chi viene da Oltreoceano talora ha difficoltà a capire qualcosa dell’Italia, che cosa davvero succede da noi, quali siano le forze politiche in gioco, la nostra tradizione cattolica, il peso del Vaticano… Per questo spara obiezioni superficiali con la supponenza di chi si considera padrone del mondo”.

L’Italia esce a mani vuote da Venezia che ha premiato con il Leone d’Oro Pieta del sudcoreano Kim Ki-duk e uno dei giurati, Matteo Garrone, pur difendendo lo sfogo del suo collega Marco Bellocchio dice: “I film devono trovare in giuria più di un consenso. Non leggiamo le critiche e nemmeno le notizie sui minuti di applausi… E io ero solo uno degli otto giurati”. Attacca, poi, il provincialismo di chi chiede un Premio Italia e ricorda che anche il suo film, Gomorra, agli Oscar non è entrato neanche nella shortlist precinquine “Che ho fatto? Niente. Mi avete sentito dire qualcosa? No”. Però, a proposito di provincialismo, Garrone aggiunge una promessa: “Non voglio più fare il giurato, soprattutto in un festival italiano”.

Che le polemiche siano la scia che ogni Festival è quasi naturale ma che qualche italiano faccia i capricci per non aver ricevuto premi sottolinea che il cinema nostrano in effetti pecca di presunzione e autoreferenzialità senza poterselo, forse, più permettere.

(10 settembre 2012)

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