Venezia 69: outrage beyond – recensione

UN SEQUEL FORSE NON PROPRIO NECESSARIO CHE SEGNA IL RITORNO DI TAKESHI KITANO NEL RUOLO DELL’IMPLACABILE OTOMO

GENERE: Azione

Takeshi Kitano (o Beat Takeshi) torna al lido questa volta con Outrage Beyond, sequel di quell’Outrage che aveva sconvolto il pubblico del festival di Cannes. La storia si concentra ancora una volta su Otomo, personaggio dallo sguardo di ghiaccio interpretato dall’autore nipponico, questa volta ancora più assetato di sangue che nel primo capitolo, visto che questa volta agisce autonomamente, senza capi che lo tengono alle strette.

Cosa cambia rispetto al primo dignitosissimo capitolo? Anche questa volta la storia sembra dividersi in due fasi ben distinte: la prima, raffinata e ricca di dialoghi, con vari personaggi che entrano in scena e la seconda, dove si susseguono gli omicidi più cruenti. E nonostante il tutto sa di un lavoro onesto e ben fatto, anche i fan di Kitano più scatenati storceranno in parte il naso di fronte a Outrage Beyond. L’empatia presente anche con alcuni personaggi secondari che faceva funzionare il primo capitolo, qui crolla visto che il film si concentra esclusivamente sulle vicende di Otomo e il suo ‘nuovo fratello’. Kitano ritorna in ottima forma nel ruolo del gangster freddo e implacabile, ma il microcosmo vivace di storie intorno a lui che caratterizzava il primo capitolo questa volta manca del tutto ed è un peccato.

La pellicola ha sempre un ritmo discreto, ma ha tutto il sapore di già visto per convincere veramente. A questo punto sorge spontanea la domanda: era veramente necessario un sequel? Invece sarebbe interessante se il buon Kitano, con la sua capacità di rappresentare così bene certi ambienti degradati della criminalità, venisse in Italia e dicesse la sua su un ambiente che conosciamo fin troppo bene. Più in generale è meglio che il regista sessantacinquenne ritrovi la vena creativa e poetica dei suoi primi lavori, che ci manca assai.

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