Cogan – killing them softly: recensione

IL FILM DI DOMINIK PRODOTTO DA BRAD PITT ANNOIA SENZA SOSTA

Genere: noir

Uscita: 18.10.2012

Non bastano dialoghi gangsta e realismo nella violenza filmata per fare di una storia criminale un filmone. Anzi, il rischio, se accettato, è particolarmente alto, specie quello nell’affrontare una storia “nera”, dalla trama piatta e dall’entusiasmo interpretativo davvero di bassa lega. Noia a palate, questa non è Sparta, questo è Cogan: killing them softly.

Dolcemente è come professa inelle uccisioni l killer Brad Pitt, chiamato a riportare ordine in città, dove un paio di sciagurati hanno deciso di far saltare il tappo della criminalità organizzata, rapinando una bisca clandestina piena di “mafiosi”. Il regista Dominik prova una sortita alla Quentin prima maniera, ma il risultato è un blando abbozzo di noir, a metà tra la fiction dei Sopranos e il filone anni 90 chiuso con l’era del Padrino. Tutto questo in versione decisamente minimal, senza ritmo, senza cuore, senza intensità e il risultato si vede, perché stremano i novanta minuti di dialoghi, minacce ed esecuzioni senza pietà e la stanchezza regna sovrana, anche in quanto ad idee ed invezioni sceneggiative.

Pitt produce, ma è ben lontano dai suoi fasti, nonostante il sodalizio con l’autore de L’assassinio di Jesse James e l’intera pellicola risente dello stato di forma non ottimale del suo uomo di punta. Ma in generale è ogni lato costruito intorno a Cogan che lo rende una storia scarsamente interessante.

Non basta la voglia di raccontare e reinventare un genere, serve sostanza che non può essere sostituita dallo pseudo sottotesto politico (la crisi della società americana), da una colonna sonora di buona fattura e da una gran quantità di polvere da sparo. 

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