Il matrimonio che vorrei: recensione film

IL NUOVO LAVORO DEL REGISTA DI IL DIAVOLO VESTE PRADA

Il filone statunitense dei film che trattano storie d’amore e di crisi matrimoniali tra sessantenni è ufficiosamente nato nel 2003 con Tutto può succedere. D’altronde se nel cinema, come nel teatro, l’immedesimazione e la conseguente catarsi è parte fondamentale del rapporto tra il pubblico e lo spettacolo, perché continuare a incentrare le commedie romantiche solo su giovani amanti e non ampliare il genere cercando di parlare di cosa accade alle coppie che attraversano l’età adulta?

“Siamo due persone che condividono un appartamento” è questa la frase da leggere come incipit  della vicenda narrata in Il matrimonio che vorrei: Key (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones)sono una coppia devastata dalla serenità priva di passione del loro rapporto in cui, dopo 31 anni di matrimonio, non vi sono litigi, non c’è tradimento e non c’è neanche un filo di stanca sopportazione. Per risolvere la noia di una relazione stabile ma priva di entusiasmi Key organizza, nonostante lo scetticismo del marito, un viaggio di una settimana nel Maine per seguire la terapia di un esperto sessuologo (Steve Carrell).

L’ottima sceneggiatura firmata da Vanessa Taylor (Tell me you love me) gestisce perfettamente il racconto calibrando ironia, drammaticità e riflessione senza mai soffermarsi su facili scene madri ma portando lentamente i protagonisti verso una soluzione alla quale arrivano tramite una crescita graduale e per questo veritiera. Il finale scontato (come nella migliore tradizione della commedia romantica) per ciò non risulta del tutto banale.

Per quanto leggero il film vanta ottimi attori e la regia David Frankel (che già diresse Maryl Streep in Il diavolo veste Prada) il quale con la macchina da presa e la sua minuziosa attenzione ai dettagli (indimenticabile l’inquadratura sull’attrice che chiude il film che ebbe Anne Hathaway come protagonista dando in un solo istante una svolta sia alla pellicola che al personaggio di Miranda Priestly) riesce a descrivere, anche solo attraverso le immagini, il pensiero che gli attori devono palesare: i primi piani sul volto della Maryl Streep e l’inquadratura a figura intera su Tommy Lee Jones che si sistema incessantemente la riga dei pantaloni raccontano il diverso approccio dei protagonisti alla terapia ancor prima delle loro reazioni.

Il matrimonio che vorrei è la dimostrazione che una storia semplice, già sentita e più volte narrata può essere ancora piacevole e rinnovata dalla grandezza dei suoi interpreti e da una buona regia, esattamente come l’amore che racconta.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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