Killer joe: critica del film

WILLIAM FRIEDKIN TORNA IN FORMA NEL FILM CHE CONSACRA MATTHEW MCCONAUGHEY COME GRANDE ATTORE

GENERE: Thriller

USCITA: 11.10.2012

Dopo alcune pallidi tentativi di riportare in carreggiata la sua carriera, William Friedkin sembrava totalmente perso, incapace di recuperare la grinta di quegli anni d’oro che gli hanno dato la possibilità di girare capolavori come Il braccio violento della legge e L’esorcista. Per altro il penultimo Bug è uscito direttamente per il mercato home video, ignorato da tutti. E infine arrivò Killer Joe. Quando fu selezionato l’anno scorso per il Concorso di Venezia non si pensava che sarebbe finito tra i titoli migliori della rappresentazione e infine a sorpresa ci riuscì, portandosi a casa il Mouse D’Oro della critica On-line. Uscito negli Stati Uniti solo quest’estate, arriva finalmente anche da noi la nuova fatica di un regista che ha segnato la storia del cinema di genere e che fortunatamente è tornato a fare Grande Cinema.

La storia ha le basi per essere una tragedia greca del terzo millennio. Si parla di un matricidio, per la semplice intenzione di intascarsi i soldi dell’assicurazione sulla vita da parte di figlio, padre e della nuova moglie di quest’ultimo. Per farlo occorre però chiamare Killer Joe, un detective di Dallas che si fa pagare caro. E visto che non ci sono ancora soldi, Joe vorrebbe come ‘caparra’ la bella Dottie, figlia della donna che deve uccidere. Dopo le prime incomprensioni, si arriva all’accordo, ma non tutto andrà liscio come si vorrebbe.

In una parola questo film ispirato a una piéce di Tracy Letts, anche sceneggiatore, è più tarantiniano di Tarantino e a livello tematico forse va’ pure più in alto delle ultime opere del regista di Knoxville. Friedkin non parla di gangster, soldati anti-nazisti o ladri senza scrupoli, ma di gente comune, dilaniata dalla crisi, che abita in un paese sconosciuto del Texas, passando le giornate tra lavoro, televisione, sesso e droga. Non a caso le location principali sono una roulotte scassata, bar degradati e night-club: lo squallore della provincia statunitense è visto con occhio lucido dall’autore di Chicago che non aggiunge, né toglie nulla allo spettacolo, ma lascia il tutto così com’è per il piacere del puro realismo. Ma noi spettatori non assistiamo a un documentario sulla miseria, perché dopo un po’ il sangue non mancherà, le battute al vetriolo neppure, così come le grandi interpretazioni.

Friedkin è stato da sempre un grande direttore d’attori e questa volta riesce a fare il miracolo col belloccio Matthew McConaughey da sempre abituato a commedie romantiche e simili. Qui nei panni dello spietato Killer riesce a sembrare il diavolo in persona, affascinante, letale e con un look da cowboy del terzo millennio che lo manda dritto tra i villain più efficaci visti quest’anno al cinema: è in grado di tenere su di sé una scena in particolare che riguarda una coscia di pollo destinata a diventare cult. Peccato che nel doppiaggio non possiamo sentire il suo lavoro sul forte accento texano, grazie al quale l’attore sembra aver cambiato voce rispetto agli altri suoi film. Anche gli altri attori non sono da meno ed è da ricordare il caratterista Thomas Haden Church, visto in Sideways e Spider-man 3, che qui riesce a donare alcuni dei momenti più divertenti del film, nonostante la drammaticità della situazione.

Quando ci avviciniamo al finale la verosimiglianza diventa solo un concetto relativo, ma è anche questo il piacere del cinema, farci sognare e farci ridere su situazioni che ci fanno di solito indignare quando sfogliamo le pagine dei giornali. Quando ci sono delle menti eccezionali alla scrittura e dietro la macchina da presa anche questo è possibile. 

(4 ottobre 2012)

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