AlÌ ha gli occhi azzurri:recensione

SHAKESPEARE OGGI. ROMEO ARABO E GIULIETTA ITALIANA

Quando si legge un libro ambientato in un periodo storico, o a scuola si studiano avvenimenti avvenuti nel passato, capita di faticare a non rapportare quegli avvenimenti al proprio presente. Gli insegnanti spesso ripetono agli alunni di proiettarsi nell’epoca che studiano e di ragionare sul fatto che i personaggi hanno agito in un determinato modo perché si trovavano in un contesto storico e culturale che imponeva un atteggiamento, un pensiero una reazione. Differente invece è il ragionamento che probabilmente ha fatto Claudio Giovannesi nel suo film in concorso al Festival del Film di Roma, Alì ha gli occhi azzurri.

Il regista sembra aver proiettato nel futuro i Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini e si è chiesto chi sarebbero oggi quei piccoli uomini e come sarebbe stata la loro vita violenta. Lo fa raccontando una settimana insolita di due sedicenni di Ostia, Stefano e Nader, del loro “particolare rapporto” di amicizia e delle difficoltà di quest’ultimo nell’unire le sue origini arabe e il sentirsi allo stesso tempo a tutti gli effetti un italiano, dialetto romano compreso.

Alì dagli occhi azzurri, titolo dato dalla testarda volontà del protagonista di indossare le lenti a contatto colorate, descrive una società italiana multiculturale e razziale dove se i giovani nati da genitori italiani hanno le difficoltà che si hanno nell’adolescenza di scontro generazionale, ai figli degli immigrati si unisce anche il vivere sulla propria pelle la difficoltà dei genitori di integrarsi del tutto in una società strutturata in modo differente da quella di origine. E se l’accettazione di quello che è diverso culturalmente si vive senza problemi e avviene in modo naturale nell’amicizia, più difficile è l’unione delle due culture quando si parla di rapporti d’amore.Sullo sfondo di questo microcosmo adolescenziale, la droga e la violenza di una periferia cittadina che in certi momenti ricorda per i temi trattati Et in terra pax.

Giovannesi appare più indulgente con gli italiani che sembrano ormai aver accettato una società multietnica, i genitori di Brigitte fidanzata di Nader e di Stefano ne sono la prova, a differenza di quelli di Nader che non accettano il fidanzamento del figlio con un’italiana insistendo sulla convinzione che “loro non sono cattivi, ma sono differenti da noi”.

Nonostante sia un film che parla di giovani la narrazione è lenta, fatta di silenzi e situazioni che raccontano più delle parole, come se quello che viene mostrato fosse un documentario di una settimana difficile di un adolescente; e se spesso i registi con le loro opere vogliono dare un punto di vista netto e  deciso qui la soluzione è lasciata ai singoli, come succede nella realtà.

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