Lawless: recensione film

NON CONVINCE AFFATTO LA PROVA DI HILLCOAT DEDICATA A CONTRABBANDO E PROIBIZIONISMO

Ogni eccesso implode su stesso. Ogni caricatura sfocia nel ridicolo. John Hillcoat per un attimo si dimentica queste due massime e gira un film ingenuo, con questa parola lo vogliamo salvare. Forse perché il tema lo ha abbagliato, forse perché qualcuno dei suoi cari ne è rimasto scottato, fatto sta che per portare sul grande schermo la storia della contea più fradicia del mondo (dal romanzo di Matt Bondurant) e per mondo intendiamo il mid-west degli USA, il regista perde completamente il controllo del suo film e rende Lawless una grande bufala.

A partire dalle orribili interpretazioni degli attori, ridotte a malconce macchiette caricaturali, calcate all’inverosimile sia da parte dei buoni (i fratelli Bondurant), sia dal villain di Scicago, come doppiano i nostri la città di Chicago, interpretato da Guy Pearce (pace alla sua anima “memento”). Fortuna c’è Jessica Chastain, radiosa anche nella sua nudità, a dare qualche briciolo di classe ad un cast distratto e annoiato.

Regia e fotografia da scuola amatoriale non contribuiscono a migliorare un tangibile senso di superficialità, quasi una scarsa appartenenza all’opera dove ogni cosa stride tra gli ingranaggi inceppati dell’autore, il racconto dei tre fratelli contrabbandieri e fuorilegge, che sopravvivono alla loro maniera in un’epoca come quella del proibizionismo, in cui l’alcool distillato era bandito ovunque, tant’è che ancora oggi in giro per le strade d’America non si può bere in libertà.

Il whisky quale amico-nemico, fonte di guadagno e fonte di astio, Tom Hardy e il nervoso Shia LeBeouf fuori ruolo, con Gary Oldman “accettato” in sala di montaggio e di cui non si spiega la presenza da criminale, se non per un cospicuo cachet. Ci si interroga sin dai primi minuti di tale leggerezza narrativa e delle falle che via via si aprono nel racconto, specie per un genere che, tra il western e il ganster movie, si adatta invece perfettamente agli schemi di Hollywood.

Così classici e rodati che è impossibile uscir fuori dai binari. Hillcoat c’è riuscito e, lontanissimo dai fasti di The Road, calca con melensa agonia un plot francamente poco attraente, conosciuto, straparlato, meglio affrontato. Senza risparmiarsi massicce dosi di violenza, dipinge la contea di Franklyn in Virginia come un periodo storico rude e difficile, mettendo in scena il racconto perduto di un tempo in cui il valore familiare era indissolubile, quasi indistruttibile come il protagonista Forrest. Non Gump, purtroppo, ma Bondurant. 

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