Paris-manhattan: recensione film

OMAGGIO SPASSIONATO E SINCERO AL GENIO DI WOODY IN SALSA FRANCESE

GENERE: Commedia

DATA DI USCITA: 8 novembre 2012

Paris-Manhattan è l’esordio cinematografico della regista francese Sophie Lellouche, in uscita nelle sale italiane l’8 novembre. A  dispetto di un cognome ingannevole per assonanza, non ha alcun rapporto di parentela con il famoso cineasta Claude Lelouch, sebbene sia stato proprio lui ad averla indirizzata lungo un percorso di crescita artistica che, passando dalle esercitazioni a  base di corti e documentari, l’ha resa pronta a firmare il suo primo lungometraggio, anche come sceneggiatrice. Volendo rendere ancora più stimolante questa sfida con se stessa, Sophie Lellouche si è lanciata direttamente nel genere apparentemente più semplice, ma quantomai impervio, della commedia, in cui riuscire ad allietare lo spettatore, divertendo finemente e raccontando una storia gradevole, senza scadere nella banalità, è sempre più difficile.

Il titolo del film farebbe pensare ad un ponte di comunicazione che unisca idealmente la capitale francese alla frenetica isola della Grande Mela. Infatti, se si vuol parlare di un civile scambio diplomatico di idee, Alice, giovane farmacista parigina, bella e motivata nel suo lavoro, ciò nonostante irrimediabile sognatrice e per questo ancora single, ogni giorno dialoga con Woody Allen, rappresentante onorario della città di New York. Per meglio dire, la ragazza si rivolge al poster del regista americano, del quale ha visto tutti i film e che considera un mito vivente, appeso al muro del suo salotto, luogo di rifugio dove sfuggire a una realtà che vede la sua famiglia, affettuosa ma un po’ ingombrante e apprensiva, impegnata a cercarle un futuro marito.

Mentre Alice colleziona delusioni sentimentali, Allen è il solo a rassicurarla, quando lo interroga come un oracolo, lui non tarda a darle una risposta illuminante, attraverso le pillole umoristiche di una sua qualsiasi pellicola, rischiarandole i pensieri su un mondo circostante ambiguo, ipocrita e opportunista, a lei così estraneo.  Basti pensare che Alice cerca di curare il malessere esistenziale dei suoi clienti con la film-terapia, avendo allestito nella sua farmacia uno scaffale pieno di dvd, ciascuno adatto, a suo avviso, ad una specifica patologia, prima di pensare a fare i propri interessi economici vendendo un palliativo generico.

Durante una festa Alice incontra Victor, un uomo reso cinico dalla vita e fin troppo schietto, il quale si occupa di installare dispositivi di sicurezza da lui brevettati e che si mette sin dal inizio fuori gioco, ammettendo di non aver mai visto un film di Woody Allen, affinità imprescindibile per stimolare l’ interesse iniziale in Alice, o almeno questo è quello che lei crede. E invece, attraverso una conoscenza turbolenta, i due scopriranno di essere in sintonia su molti aspetti, nonostante le barriere che entrambi hanno innalzato come istinto difensivo,  e che la lacuna cinefila di Victor è proprio la chiave di lettura, il nuovo punto di partenza.

Paris-Manhattan non è solo un tributo dichiarato di Sophie Lellouche al genio istrionico di Allen,  facendo ricorso all’uso di un citazionismo ben dosato (sono presenti riferimenti tratti da Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere, etc.) ma una promettente opera prima con molti spunti originali, di stampo squisitamente francese, che fa ben sperare in un futuro ancor più roseo per la regista, sulle tracce del maestro a cui si è ispirata.

Maria Teresa Limosa

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