Pier paolo pasolini: un genio nel cinema

A 37 ANNI DALLA MORTE UN OMAGGIO ALLA MENTE LIBERA DELL’INTELLETUALE

“La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.” (Alberto Moravia su Pier Paolo Pasolini)

La storia vuole che fu proprio un suo ragazzo di vita, Guido Pelosi, ad ucciderlo percuotendolo e investendolo con l’Alfa Romeo GT 2000 che gli apparteneva. Il diciassettenne si dichiarò colpevole subito dicendo che il suo omicidio fu la difesa alle pretese sessuali dell’intellettuale ma in realtà la morte di Pier Paolo Pasolini rimane per molti ancora un mistero. Quello che resta certo è che oggi sono 37 anni che l’Italia è orfana di una mente che già 50 anni fa ci aveva descritto per ciò che saremmo stati.

Oltre ad essere un giornalista, uno scrittore e un poeta Pier Paolo Pasolini fu anche uno sceneggiatore e un regista tra i più geniali che il cinema italiano ha avuto l’onore di avere. E quando gli veniva chiesta la spiegazione del perché fosse passato dalla letteratura al cinema, lui rispondeva “quante volte rabbiosamente e avventatamente avevo detto di voler rinunciare alla mia cittadinanza italiana! Ebbene, abbandonando la lingua italiana, e con essa, un po’ alla volta, la letteratura, io rinunciavo alla mia nazionalità.”Pasolini era stanco di questa terra già negli anni 60’, quando la speranza di cambiarla era ancora forte nelle coscienze ma lui conosceva bene il suo popolo e la pigrizia omertosa che lo contraddistingue.

Il primo approccio alla settima arte Pier Paolo Pasolini lo ebbe negli anni 50’ come soggettista e sceneggiatore collaborando con personaggi del calibro di Mario Soldati, Mauro Bolognini, Federico Fellini e Attilio Bertolucci. Il primo a contattarlo fu Giorgio Bassani che gli chiese di collaborare alla sceneggiatura di La donna del fiume lungometraggio diretto da Soldati.

Negli anni 50’ era frequente che si ricercasse tra i letterati qualcuno che potesse scrivere le sceneggiature per alzare il livello delle pellicole e dopo Ragazzi di vita Pasolini divenne richiestissimo per svolgere questo ruolo.

Lo scrittore esordì come regista nel 1961 con Accattone un film che si ispira ai Ragazzi di vita e che è ambientato nelle borgate romane con l’intento di mostrare la violenza antiborghese degli emarginati. Con Mamma Roma (1962) Pasolini riprende le stesse tematiche del precedente lungometraggio, aggiungendo un senso di riscatto nel conquistaredi uno status riconosciuto mettendo però in luce l’impotenza della maternità davanti alla fragilità di un figlio.

Uno dei più bei risultati del suo cinema Pasolini lo raggiunge in Il riscatto episodio del film Ro.Go.Pa.G. dove il letterato rende tangibile l’umiliazione e la sofferenza del sottoploretariato.

Con Il vangelo secondo Matteo mette in scena una grande metafora della potenzialità liberatoria del Cristianesimo evangelico contrapposto alla Chiesa come struttura politica e incombente. Nel 1966 con Uccellacci Uccellini in regista sottolinea il suo pensiero secondo la quale nessuna ideologia può guarire o modificare un popolo.

Nel 1967 con Edipo re Pasolini sfiora l’autobiografia rappresentando nella cecità del protagonista un diverso che vaga dalla preistoria al presente al dissolversi nella dimensione naturale.

La produzione dell’intellettuale conta 23 film (uno incompiuto a causa della prematura morte) tutti pregni di metafore sociali e ideali che già, per tutto l’arco della sua vita, Pasolini aveva sottolineato con le sue parole.

Con la “trilogia della vita” Il Decameron del 1971, da I racconti di Canterbury del 1972 e da Il fiore delle mille e una notte del 1974 Pasolini decide di dipingere per il grande schermo l’innocenza dei popoli che sfocia nel naturale erotismo dell’essere umano.

Con I 120 giorni di Sodoma, film sottoposta a una fortissima censura, Pasolini rinnega, con la sua innata indole provocatoria, il suo contributo alla falsa liberalizzazione sessuale che in quegli anni stava avvenendo in Italia.

I 120 giorni di Sodoma fu l’ultimo film di Pasolini che stava già lavorando a Porno-Teo-Kolossal un progetto degli anni 60’ che accantonò per la morte di Totò e che voleva raccontare di un Re Magio che per la troppa bontà arriva in ritardo a Betlemme e non riesce a portare il suo dono al messia.

Il contributo che Pier Paolo Pasolini ha dato al cinema è stato importantissimo. Con le sue opere il regista ha creato una sorta di secondo neorealismo sfruttando tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche i più miseri, che fanno della vita una commedia dell’arte. La sua produzione cinematografica è stata ostacolata dai politici dell’epoca che volevano nascondere una realtà scomoda che la forza visionaria dell’artista rendeva di forte impatto.

L’opinione pubblica dissacrò il genio del letterato ponendo come motivazione il bisogno di una moralità sessuale, di cui l’artista era privo, che portarono nei confronti dello scrittore una vera e propria discriminazione culturale. “La passione non ottiene mai il perdono.”

(2 novembre 2012)

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