Razzabastarda: recensione film

SORPRENDE POSITIVAMENTE IL PRIMO LUNGOMETRAGGIO DIRETTO DA ALESSANDRO GASSMAN

Forse è perché noi li vediamo così, forse la scelta del bianco e nero che ha fatto Alessandro Gassman per il suo lungometraggio che lo vede come esordiente alla regia Razzabastarda ci pone innanzi agli occhi, palesemente, il non colore che hanno per noi gli immigrati, gli zingari.

Tratto dall’opera teatrale Cuba and his Teddy Bear, la pellicola racconta del rapporto irrisolto tra Roman (Alessandro Gassman), spacciatore rumeno di madre zingara e Nicu (Giovanni Anzaldu) suo figlio appena maggiorenne che vive, nei confronti del genitore, una sorta di amore odio che da una parte lo porta a vergognarsi delle sue origini e dall’altra, inevitabilmente si ritrova a imitarlo.

Alessandro Gassman stupendo lo spettatore riesce a raccontare una storia crudele ed eccessiva caricando, senza mai portare all’esagerazione e rimanendo sempre fedele al plausibile, ogni suo interprete.

Centrale per la sceneggiatura la scena in cui compare anche Michele Placido che nel ruolo dell’Avvocato Silvestri, figlio di una prostituta bulgara, pone Nicu davanti a una scelta: quella di rispettare le proprie origini ed andare avanti o quella di fuggire, il ragazzo sceglie la strada sbagliata che porta al tragico e sorprendente finale, privo di ogni retorica, agghiacciante e vero.

Gassman si è dimostrato un cineasta coraggioso con questa sua prima opera. Le immagini e la velocità della narrazione attraggono lo spettatore. La storia è priva di ogni riscatto e per questo risulta, almeno in ambito cinematografico italiano, abbastanza nuova.

Perdono tutti alla fine. Vince la delusione di un padre che preferirà morire piuttosto che restare a guardare un figlio che diventa bastardo come lui, e di un figlio che delude se stesso. Non ci sono reduci e rimangono tutti di quella stessa razza che si disprezza perché viene disprezzata.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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