Roma film fest- il leone di orvieto: recensione

AMADEI RACCONTA GIANCARLO PERRETTI E LA SUA STRANA SCALATA AL SUCCESSO

Genere: Documentario

Uscita: N.d

Da Orvieto a Hollywood con furore direbbe qualcuno, da cameriere a proprietario della casa di produzione statunitense più famosa del mondo la MGM, quella con il leone che ruggisce per chi non avesse ancora capito l’importanza dell’acquisto. Chi è costui? È Giancarlo Parretti, per le nuove generazioni probabilmente un nome che non dice molto, ma per i genitori e i loro nonni farà tornare in mente echi di un passato recente.

In un documentario strutturato in modo ineccepibile dal titolo Il leone di Orvieto, Aureliano Amadei descrive la scalata al successo di un imprenditore che dal nulla è stato in grado di arrivare lì dove in pochi sono arrivati in modi però poco chiari. A raccontare la sua storia è lo stesso Parretti, personaggio curioso; apparentemente dalla personalità ingenua e semplice che nasconde però una capacità affabulatrice che è riuscita perfino ad ammaliare i francesi, che si sa da sempre guardano gli italiani con sospetto.

Società costruite e distrutte nel giro di poco, testate giornalistiche, squadre di calcio vendute al miglior offerente, una tra tante il Milan acquistato da un allora sconosciuto Silvio Berlusconi su proposta di Craxi. Scommesse in un famoso bar statunitense con Gianni Agnelli che portano all’acquisto della casa di produzione che gestisce tutti i film di 007 e che produrrà in quel periodo uno dei film che passerà alla storia, Thelma e Louise.

Come ogni buon set cinematografico che si rispetti però non è tutto oro quel che luccica. Dietro quello che sembra uno scenario da favola si nascondono delle impalcature fragili basate, sulla politica dello scambio e delle apparenze che ingannano.

Amadei descrive in maniera impeccabile un personaggio particolare che non riesci a non trovare simpatico nonostante tutto, un documentario che fa ridere per lo stupore che certi fatti possano essere accaduti realmente, un sorriso in certi momenti anche amaro perché da italiani ormai non ci stupiamo quasi più di niente.

E dobbiamo ringraziare registi come Aureliano Amadei che hanno sempre il coraggio di raccontare la verità dei fatti com’è, senza romanzarla o addolcire la pillola, ma allo stesso tempo spingendo alla riflessione lo spettatore in modo che neanche si renda conto che il regista ti stia invitando a farlo. 

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