Milleunanotte: recensione documentario

UNA TOCCANTE INCURSIONE NELLE VITE DEL PENITENZIARIO DI BOLOGNA

Milleunanotte come l’omonima raccolta di novelle orientali ma il titolo del documentario di Marco Santarelli è in realtà ispirato  dall’inizio di una lettera d’amore di una detenuta giunta alla sua notte di carcere numero mille e uno.

Seguendo il percorso delle “domandine”, ovvero la richiesta che i detenuti devono compilare per fare una telefonata o un colloquio con il loro legale, il regista ritrae storie personali e di vita di diversi carcerati, oltre che nelle loro celle, nei labirinti che regolano la vita nelle prigioni.

Sei storie di vita e di libertà negate che iniziano come inizia la prigionia ovvero tramite i racconti di Fatima e Zackia due mediatrici culturali, le prime che hanno un contatto con i detenuti e le detenute straniere del carcere di Dozza di Bologna.

Storie di libertà negate ma anche ritrovate come quella di Agnes che arranca nell’abbracciare di nuovo la tanto attesa realtà quotidiana.

Tra le realtà riprese  c’è quella di Ibrahim che sembra essere il protagonista della canzone di Daniele Silvestri, Aria -L’avevo detto: “prima o poi vi frego tutti!” quelli ridevano, pensavano scherzassi “da qui non esce mai nessuno in verticale” come se questo mi potesse scoraggiare – lui vuole lasciarsi morire e rifiuta ogni cura abbandonato dalla famiglia e dalla legge.

Vero, come ogni documentario che si rispetti Milleunanotte è una full immersion in vite lontane da noi e dal nostro ossigeno. Vite che non vediamo noncuranti del fatto che c’è chi, per un errore che giustamente va punito, di aria può avere solo un’ora.

Si sbircia dalle sbarre la realtà difficile dei nostri penitenziari e per un attimo chi ci vive all’interno ha voce e il suo urlo non è strozzato dal buio di una cella come la canzone che, uno dei protagonisti, Missoui, rapper tunisino, dedica alla figlia: I’m sorry baby.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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