Cinema d’irlanda: dall’indipendenza al problema lavoro (2° parte)

CRONISTORIA APPROFONDITA DEL CINEMA IRLANDESE, OSPITE IN RASSEGNA DAL 6 AL 9 DICEMBRE A ROMA 

Il Free State adottò misure protezionistiche non solo in economia ma anche in ambito socio culturale:  vietò il divorzio e ogni pratica contraccettiva, la letteratura e il cinema, e perfino la danza moderna. Stato, chiesa, informazione, tutti concorrevano a questo severissimo controllo della vita dei cittadini: tutto questo naturalmente, oppresse il Paese escludendolo per quasi quarant’anni dal flusso culturale europeo. In quarant’anni vietarono 2600 film e ordinarono tagli a oltre 6000 film.

Potete ben immaginare quindi, qual era la situazione culturale dell’Irlanda e quanto fosse difficile per i bravi cineasti irlandesi poter impegnarsi nel loro lavoro; difatti tutti emigrarono in America. I cineasti angloamericani hanno avuto la grave colpa di aver diffuso e rinforzato gli stereotipi sull’Irlanda, descrivendo un Paese in forte ritardo sul progresso civile e per lo più abitato da primitivi. Per fare un esempio: L’uomo tranquillo di John Ford, nativo irlandese, il quale fissò i canoni di un sentimentalismo irish-american, presente fino ai giorni nostri, oppure Cuori ribelli di Ron Howard.

Dalla fine degli anni ’50, però, finalmente si aprì una nuova epoca per l’Irlanda che coincise con il ritiro dal governo, nel 1959, del settantasettenne Eamon De Valera. Al suo posto Sean Lemass, repubblicano, dotato di un energico spirito imprenditoriale, si lasciò alle spalle le politiche protezionistiche e puntò invece, al risanamento e rimodernamento dello stato. Nel ‘58 nacquero gli studi cinematografici Ardmore, grande obiettivo raggiunto, anche se in realtà, produssero tra il 1958 e il 1972 solo film diretti e interpretati da stranieri. Nel 1982 gli studios furono comprati da una compagnia americana e ospitarono produzioni televisive o veri e propri blockbuster, tra i quali il già citato Cuori ribelli e il famosissimo Braveheart di Mel Gibson: redditizie operazioni commerciali che avevano poco a che fare con l’identità cinematografica irlandese.

Negli anni ’70 iniziò a mostrarsi una maggiore libertà creativa, uno dei registi irlandesi indipendenti e autodidatti, fu Bob Quinn il quale, con il suo Lament for Art O’Leary, sostenne l’esistenza di un’irrimediabile incompatibilità tra inglesi e irlandesi. Nel 1981 aprì il primo Ente di Stato per la cinematografia, l’Irish Film Board e una conseguenza immediata di questo fu l’emergere della tanto accesa generazione di cineasti indipendenti capace per la prima volta di guardare con occhio critico alla società e alla cultura del Paese.  Negli anni ’90, tre registi irlandesi fecero davvero la differenza: Pat O’Connor, Jim Sheridan e Neil Jordan, i quali ebbero intenzione di fare film che avessero mercato mondiale, portando tematiche e punti di vista irlandesi all’interno di essi.

Neil Jordan, in particolare, è il regista più conosciuto e premiato d’irlanda; debuttò nel cinema nel 1980, lavorando come consulente alla sceneggiatura di Excalibur di John Boorman e girando un minidocumentario su quel set: The Making of Excalibur – Myth into Movie. Risale invece al 1982 il suo esordio alla regia con Angel, un thriller che dimostra una sorprendente e precoce maturità del regista. La storia racconta di un carismatico sassofonista (interpretato dal bravissimo attore Stephen Ray) il quale, dopo aver assistito all’uccisione di una ragazza, cade in un vortice di violenza inaudita. Si trasforma in una sorta di giustiziere in un Irlanda del Nord già ampliamente devastata dal conflitto tra cattolici e protestanti. In seguito, Ma la sua consacrazione a regista famoso e stimato in tutto il mondo, arrivò nel 1996, grazie all’epico Michael Collins che vinse il Leone d’oro a Venezia, definito pietra miliare del cinema irlandese. Un film che impegnò Neil Jordan per tredici anni tra studi e sceneggiature riscritte.

Racconta sette anni della breve e intensa esistenza del combattente (1891-1922), discusso eroe dell’indipendenza irlandese, ucciso in un’imboscata da altri irlandesi. Michael Collins è un film di guerra, la guerra civile, la più disperata e atroce delle guerre, raccontato evidentemente dalla parte di Collins e contro De Valera, che si finisce per odiare. Le locations autentiche, la fotografia artistica che sfrutta ogni luce naturale, l’intensa interpretazione di un cast quasi completamente irlandese e il finale accompagnato dall’indimenticabile voce di Sinead O’ Connor, hanno fatto sì che Jordan realizzasse uno dei film migliori dell’intera cinematografia mondiale.

Non perdetevi l’Irish Film Festa, splendida occasione per conoscere da più vicino questa splendida e misteriosa cinematografia. 

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