Frankenweenie: recensione film

L’ATTESO RITORNO ALL’ANIMAZIONE STOP-MOTION DI TIM BURTON OFFRE UN OMAGGIO COMMOVENTE AL CINEMA DI UNA VOLTA

GENERE: Animazione

USCITA: 17 gennaio 2012

Tim Burton è uno dei pochi autori del cinema hollywoodiano che ha sempre inseguito un’idea personale della settima arte. Parlando da grande sostenitore del regista di Burbank, nessun film negli ultimi anni, per quanto convincente, è arrivato al livello di Big Fish. Ora Burton ritorna su strade già percorse, proponendo il remake –ma sarebbe meglio dire l’approfondimento visto l’ampliamento di durata- di uno dei suoi primi cortometraggi, ovvero quel Frankenweenie che alcuni magari si ricorderanno proiettato prima di Nightmare Before Christmas nel lontano 1994. Il risultato, manco a dirlo, è sorprendente e cresce anche a giorni di distanza dalla visione.

La storia è sempre la stessa del corto di partenza, ma con qualche aggiunta di rilievo: Victor, un ragazzo sveglio e solitario, ha come miglior amico il cane Sparky, con cui talvolta realizza dei film in super 8, omaggiando i ‘monster-movie’ in stile Godzilla. Un giorno Sparky viene investito da un auto e il suo povero padrone rimane ancora più solo di prima. Colpito dalle lezioni del suo professore di scienze sull’energia elettrica, cerca comunque di portare in vita il cane e grazie all’aiuto di un temporale ci riesce: Sparky è vivo, affettuoso ed energico come prima. Parallelamente gli studenti sono presi dal nuovo concorso di scienze che darà il premio a chi porterà l’esperimento più riuscito. Uno di loro venendo a sapere della resurrezione di Sparky cerca di sapere da Victor come abbia fatto. L’esperimento viene dunque replicato e porterà a una catastrofe senza precedenti per la città di New Holland. Toccherà dunque a Victor e al suo cane cercare di rimettere a posto la situazione.

Vedendo il film non si puo’ che pensare all’infanzia dello stesso Burton, cresciuto in quegli ambienti apparentemente deliziosi, dove in realtà si celava tutto il conservatorismo delle classi repubblicane statunitense.
In un clima così conformista, Burton era il ‘reietto’, quello che faceva filmini nel seminterrato e non riusciva a farsi amici: a questo punto Frankenweenie sembra proprio un affresco fedele dell’esperienza vissuta  dall’aspirante regista in quegli anni difficili che l’hanno aiutato a sviluppare la sua estetica. Il nuovo film d’animazione in stop-motion è ancora una volta legato ai temi del diverso, del tentativo di farsi accettare in una comunità ostile e dell’accettazione della morte.

Forse il tema viene spremuto fino al midollo, ma non si puo’ che guardare con ammirazione al modo in cui Burton replica le tematiche a lui care reintegrandole in quella che puo’ essere una vera lettera d’amore agli horror Universal anni ’30 – Dracula e Frankenstein, in primis- e quindi sorprendendo ancora una volta chi conosce l’intera sua opera a menadito: il film ispira dunque un amore per la settima arte che rasenta la commozione soprattutto per uno spettatore che ha una conoscenza base di quel tipo di cinema.

Forse, il sedicesimo lungometraggio di Burton è il suo più personale e per il modo in cui omaggia un certo tipo di cinema puo’ essere facilmente ricollegato a un altro titolo dei suoi migliori, Ed Wood, anch’esso  fotografato in uno splendido bianco e nero, in cui Johnny Depp interpretava il ‘peggior regista della storia’. La fotografia a tal proposito è meravigliosa e replica fedelmente lo stile dei film di James Whale e Tod Browning, ma lungo la pellicola non mancano riferimenti alla Hammer, a Roger Corman, Mario Bava… insomma tutte le perle del cinema di genere degli anni d’oro in cui Frankenweenie sembra voler inserirsi ad ogni costo, riuscendo a trovare il suo posto d’onore, pur appartenendo a prima vista a tutt’altro genere.

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