Vita di pi: recensione film

ANG LEE TORNA CON UNA GRANDE STORIA DI SPERANZA E SOPRAVVIVENZA, DESTINATA A CONQUISTARE TUTTI 

GENERE: Fantastico/Dramma

USCITA: 20 dicembre 2012

Uno sfondo classico apre Vita di Pi: un indiano vicino ai cinquanta racconta la sua storia a un giovane scrittore inglese in cerca di ispirazione. Una scena che magari, pur con un’etnia diversa, è stata ripresa più volte sul grande schermo. Eppure la nostra curiosità di spettatori si accende quando sentiamo le seguenti parole  “Sono sicuro che una volta finita la mia storia tu crederai in Dio”. Anche un non-credente a quel punto vorrebbe essere stupito dal cinema a tal punto da cambiare le proprie abitudini e ampliare la propria fede in ciò che non è spiegabile. Il viaggio comincia.

Pi è un ragazzo diverso dagli altri, se non altro perché in famiglia gli hanno dato il nome di Piscine, facilmente fraintendibile dai suoi coetanei con Piscione. Lui però ama farsi chiamare come ‘la sedicesima lettera dell’alfabeto greco’ o il famoso teorema che non vi sto a spiegare. Un giorno Pi è testimone di una grande tragedia: unico sopravvissuto di una tempesta, quando si trova a trasportare lo zoo di famiglia in nave, deve condividere la scialuppa di salvataggio con una iena, una zebra, una scimmia e una tigre, anche se presto si troverà da solo nel mezzo dell’oceano con il pericoloso felino insolitamente chiamato Richard Parker. La strada che il giovane dovrà compiere sarà lunga e ardua, ma non priva di sorprese.

Ang Lee, pur tra alti e bassi, è facilmente considerabile uno dei più grandi registi viventi, capace di passare dai drammi strappalacrime di Brokeback Mountain agli spettacoli vertiginosi de La tigre e il dragone. La sua è però un’idea di cinema sempre chiara, volta spesso a raccontare il destino del singolo in quanto vittima della diversità e destinato a percorrere un viaggio senza precedenti per farsi accettare dagli altri e principalmente da se stesso. Anche Vita di Pi pur con qualche variante racconta questa storia, visto che il protagonista è eclettico, indeciso, ma con una personalità molto forte, tale da spingerlo a venerare tre tipi di religioni diverse, in modo creativo e determinato, pur non essendo ben visto in famiglia: la sua è una scelta coraggiosa che lo spingerà a determinate scelte della vita e gli offrirà un’ampiezza di vedute che gli doneranno speranza.

Fin qua dunque abbiamo dunque un film pregno di tematiche interessanti, che la sceneggiatura di David Magee (Neverland) riesce a ben dosare, senza strafare. I brividi comunque arrivano grazie a un apporto visivo senza precedenti che fanno sembrare i colossali Amabili resti e Avatar opere senza un minimo di inventiva. Lee si diverte a rendere l’immagine barocca, lavora per eccessi, ma grazie anche all’utilizzo di un 3D per una volta ben utilizzato e mai fastidioso, riesce a creare delle singole sequenze che sembrano rifarsi più ai quadri impressionisti che uno puo’ ammirare al Musée D’Orsay che a qualche creatura cinematografica recente.

Scene come quella del cielo che si specchia sull’acqua o delle meduse che fanno risplendere l’orizzonte sono tra le cose più belle che il cinema recente ci abbia saputo offrire e, inserite nell’arco della storia, rendono l’adattamento del best-seller di Yann Martel un’esperienza visiva senza precedenti.

Ovviamente non mancano le cadute di stile: in particolare il protagonista Suraj Sharma, comunque notevole, quando sembra perdere le speranza, grida e rimprovera Dio in delle sequenze necessarie per l’andamento della Storia, ma forse un po’ troppo calcate per emozionare lo spettatore. In ogni caso si tratta di una pellicola che va’ vista al cinema, nel buio della sala ed è ideale anche per insegnare ai più piccoli valori come la tolleranza, la potenza dell’immaginazione e la speranza. 

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