Addio a nagisa oshima, il poeta dell’erotismo

MUORE A OTTANT’ANNI IL REGISTA GIAPPONESE CHE ATTRAVERSO IL CINEMA HA INDAGATO SULLE PASSIONI UMANE

A causa di una potente polmonite, abbandona il mondo terreno, il regista giapponese Nagisa Oshima. Nato a Kyoto nel 1932, erede di una famiglia di samurai, il celebre regista nipponico, orfano a sei anni, viene allevato in povertà dalla madre.          

Studia legge, e si appassiona alla politica attivista del suo Paese; ben presto però la sua passione viscerale per l’arte, inizia a farsi sentire e nel 1954 entra alla Shochiku Company, prima come aiuto regista e poi come regista. Il suo primo lungometraggio è Il quartiere dell’amore e della speranza (1959); seguito da Racconto crudele della giovinezza, Il cimitero del sole e Notte e nebbia del Giappone. Pellicole forti, che raccontano le trasformazioni che, dopo la terribile sconfitta della Seconda guerra e la tragedia mondiale della bomba atomica, coinvolgono il suo Paese.

Qualche tempo dopo, nel 1960, lascia la Shochiku per fondare con la moglie, l’attrice Akiko Koyama, una sua compagnia, la Sozosha, dedicandosi soprattutto alla tv. Dopo questo primo periodo televisivo, in cui Oshima matura la sua esperienza in campo registico, ne arriva un altro, ben più gratificante e sostanzioso: il ritorno al cinema. Il suo nuovo esordio arriva nel 1965, quando gira Il godimento, ma tre anni dopo, inizia la sua emancipazione, presentando al Festival di Cannes del 1968, L’Impiccagione, uno dei suoi più grandi capolavori che racconta la storia di uno studente coreano, colpevole di aver stuprato ed ucciso due ragazze giapponesi, che viene impiccato di fronte a guardie, un prete e un dottore. Il ragazzo viene impiccato ma il suo cuore batte ancora e poco dopo riprende conoscenza, creando panico nei presenti. Con uno stile che richiamava per certi versi il teatro dell’assurdo di Bertol Brecht, Morandini definì il film “Uno dei più potenti film di Oshima: un grido di rivolta (contro il potere), un divertimento macabro, una fiaba allucinata”.

Dopo questo primo celebre esordio, Oshima torna con un film che parla un linguaggio universale, quello dell’erotismo, con Ecco l’impero dei sensi del 1976, con cui il regista vinse il Premio Speciale al Festival di Chicago. Ispirato da un celebre episodio di cronaca avvenuto nel Giappone degli anni trenta, il film racconta il rapporto ossessivo/compulsivo tra un proprietario di una pensione e la sua cameriera. La loro attrazione è così potente da non farli smettere di copulare mai, neanche di fronte ad altre persone. Tale relazione, nella sua totale trasgressione sarà fatale per l’uomo, che muore durante un amplesso mortale. Il rapporto tra eros e thanatos è evidente. Oshima ricevette tante critiche positive a livello internazionale per questo film: finalmente un regista sapeva mettere in scena le passioni più carnali dell’uomo comune e tale successo, lo portò, nel 1978, a ottenere il Premio per la migliore regia al 31° Festival di Cannes con L’impero della passione. L’occidente, ormai, consapevole del talento del regista nipponico, lo corteggia tanto da chiamarlo a dirigere in Europa, così nel 1983 realizza con produttori britannici, Furyo, opera intensa interpretata tra gli altri da David Bowie, Ryuichi Sakamoto e Takeshi Kitano. Storia del rapporto tra un prigioniero e il suo carceriere, che indaga sull’omosessualità e il senso di reclusione. Tre anni dopo tocca a Max amore mio, prodotto e girato in Francia.

L’ultima sua grande regia, che segue un lungo periodo di malattia che lo costringe all’immobilità, risale al 1999 Tabù, che presentò al Festival di Cannes, con protagonista il collega regista Takeshi Kitano. Una storia di passione omosessuale tra samurai, che sconvolse e sconvolge ancora intere generazioni.

Con i suoi film Nagisa Oshima ci fa dunque eredi di un enorme testamento spirituale che ci spinge a riflettere sulla libertà di espressione e non solo. Vi lasciamo con una sua frase che racchiude in sé tutto la sua poetica.

Credo che la cosa più importante, per un cineasta, sia il potere e il dovere parlare di ogni argomento possibile. Questo è il punto. In questo modo si possono fare film sulle varie forme di sessualità, sull’amore e la morte: l’importante è essere liberi”.

 

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