Re della terra selvaggia: recensione film

L’APPASSIONANTE STORIA DI UNA BAMBINA CORAGGIOSA E DI SUO PADRE, NELL’EPICA INTIMISTA DELL’ESORDIENTE BENH ZEITLIN

GENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 7 febbraio 2013

Tutto è iniziato l’anno scorso al Sundance. Si parlava di un film clamoroso che s’inseriva nel nuovo filone indie naturalista, a cui appartengono anche La fuga di Martha e Un gelido inverno. Poi è arrivato il premio a Cannes e allora si è capito che era nata una stella. Si tratta di Benh Zeitlin, regista appena trentenne che con il suo collettivo di produzione Court 13 ha firmato una delle opere più toccanti dell’anno appena passato, dal titolo originale piuttosto fiabesco, Beasts of the Southern Wild, reso nella versione italiana Re della Terra Selvaggia.

Il nucleo della storia è Hushpuppy: è attraverso gli occhi di questa ragazzina di otto anni che scopriamo il mondo sporco, degradato e allo stesso momento accogliente della ‘Bathtub’ (vasca da bagno), luogo dall’apparenza magica situato in piena Louisiana. Hushpuppy vive col padre malato e ha qualche ricordo sbiadito della madre, morta tempo prima, di cui resta solo una maglietta sgualcita, usata dalla bambina per parlarci, come se la donna fosse ancora lì, seduta al tavolo, in attesa del pranzo. Un giorno una tempesta viene a distruggere quel poco che rimaneva ancora in piedi della ‘Bathtub’ e una grande avventura inizierà per la coraggiosa ragazzina, convinta che le bestie del selvaggio Sud, estintesi milioni di anni fa, arriveranno a distruggere ancora.

La visione di un film del genere, in momenti di crisi, ha un valore quasi terapeutico. Vediamo dapprima personaggi in situazioni di vita al limite del tollerabile sempre su di giri, frenetici e molte volte capaci di comunicare un’allegria senza pari. Come se non bastasse la situazione peggiorerà, ma i protagonisti reagiranno sempre a testa alta: in particolare Hushpuppy, interpretata dalla piccola Quvenzhané Wallis, un vero fenomeno, destinato a farsi sentire nei prossimi tempi. E’ l’interazione tra lei e il padre, interpretato da un altrettanto magnifico Dwight Henry, a condurci in quest’avventura d’altri tempi, in cui fantasia e realtà vanno continuamente a braccetto, come nel recente Vita di Pi.

Il contenuto simbolico della pellicola è infine immediato e va dritto al cuore. Non ci vuole tanto a capire che le Bestie in arrivo nei sogni della piccola sono il fantasma del lutto che questa ha subito e che ha paura di affrontare. Non sarà un tocco di genio da parte degli sceneggiatori, ma è efficace e a livello visivo funziona benissimo, capace di competere perfino con kolossal da milioni di dollari e con pretese inferiori.

La regia è ben funzionale al racconto, anche se talvolta sembra strafare. I continui inserimenti musicali –composti dallo stesso regista assieme a David Romer– accompagnati a un montaggio incalzante fanno pensare a dei piccoli videoclip musicali inseriti nell’arco della narrazione. Videoclip di alta classe chiaramente, che sembrano tuttavia stonare un po’ con il resto del racconto che forse richiedeva una maggiore austerità stilistica in certi momenti.

Ma si tratta di pochi difetti per quello che è da considerarsi come l’opzione più auspicabile a decine di blockbuster dall’epica di ‘plastica’. Qui un gran senso del racconto d’avventura d’altri tempi è mantenuto per tutta la durata della pellicola, parallelamente alla storia della sofferta crescita di Hushpuppy, probabilmente il personaggio infantile più forte che il cinema ci abbia offerto in questi ultimi anni. La vita puo’ avere momenti tragici, difficili da passare, ma conviene viverli stando sempre a testa alta, anche quando le Bestie del Selvaggio Sud sono lì di fronte. 

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