Educazione Siberiana: recensione film

SALVATORES SI CIMENTA NELLA SFIDA DEL SUO PRIMO BLOCKBUSTER

educazione siberiana locandinaGENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 28 febbraio 2013

VOTO: 4 su 5

È un’arma a doppio taglio l’ultimo lavoro di Gabriele Salvatores, Educazione Siberiana. Un’opera in grande stile, il cui obiettivo è l’internazionalità (che si evince già dal cast) e diventare un fenomeno da blockbuster. Non sceglie mai a caso le sceneggiature Salvatores, come ogni regista vuole lasciare l’impronta. Ma questa volta si discosta talmente tanto dalla sua filmografia, da affermare che “questo è il genere di film che ho sempre voluto fare”.

Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius) crescono insieme in Siberia, in una parte di territorio dove Stalin mandò a vivere i criminali russi. I vari clan hanno regole specifiche da seguire che contraddistinguono l’uno dall’altro. Quelle dei Siberiani, le apprendiamo grazie a nonno Kuzja (John Malkovich). Quando fin da bambino ti vengono impartiti precetti da mantenere, nel momento in cui esci fuori dal perimetro di terra oltre il quale non ti sei mai spinto, capisci come è fatto il mondo, e che la libertà di scelta è ciò che vuoi. Così Gagarin, con il tempo, non accetta più il codice comportamentale di nonno Kuzja e si allontana dal clan. Inesorabilmente anche da Kolima. Un evento tragico colpirà nel cuore il ragazzo, che sarà costretto a vagare per le montagne della Russia per fare i conti con quello che un tempo fu il migliore amico.

Amicizia, libertà, educazione. Questi i grandi temi del film, che a tutti gli effetti si presenta come un’opera imponente. A partire dall’inizio, con un monologo introduttivo al clan dei Siberiani di uno splendido John Malkovich che, anche se in un ruolo minore, ci regala una grande interpretazione delle sue. Lo scontro che si preannuncia già dalle prime scene del film, sarà tra la staticità delle regole e il mondo in continua trasformazione. Anni cruciali per la Russia, che Salvatores ripercorre visivamente nell’arco di tempo che va 1985 al 1995.

Nelle distese immense ed innevate della Siberia l’amicizia che unisce i due ragazzi riscalda la narrazione, anche se le interpretazioni dei giovani attori non riescono ad emozionare e coinvolgere completamente. Salvatores, comunque, sicuramente centra il bersaglio preannunciato mettendo in scena una storia il cui target di pubblico è ampio ed eterogeneo. Gli amanti ne resteranno sorpresi – in che modo, è soggettivo.

 

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"Il cinema non è solo un'esperienza linguistica ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica".
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