Pinocchio di enzo d’alÒ: incontro col cast

INTERVISTA AL REGISTA, AI DOPPIATORI E A MARCO ALEMANNO

Già presentato a Venezia 69 nella sezione Nuovi Orizzonti oggi a Roma abbiamo incontrato il regista Enzo d’Alò che insieme ai doppiatori Maurizio Micheli, Maricla Affatato e Paolo Ruffini, hanno lavorato a Pinocchio, la nuova versione della famosa favola di Collodi che dal 21 febbraio sarà nelle sale. Presente anche Marco Alemmanno, compagno di Lucio Dalla che ha composto le musiche di questo splendido cartone.

Pinocchio fu pubblicato nel 1883, sdoganato dalla critica di Croce nel 1903 e vanta più di 240 traduzioni nel mondo. Inoltre, richiama iconografie affermate. Quello che tu hai fatto è un vero lavoro di bottega, da artigiano. Come ti sei approcciato a un’opera così importante? 


d’Alò: Affrontare Pinocchio è stata una vera e propria responsabilità. Max Gusberti mi aveva proposto di fare qualcosa su Pinocchio a fine anni ’90 ed è da allora che ci lavoriamo. Abbiamo voluto trovare un Pinocchio vicino a Collodi per scrittura, ma che fosse al tempo stesso nuovo per immagini e musiche. Ci siamo rivolti a Lorenzo Mattotti per le illustrazioni perché mi riempiva di piacere lavorare con lui, ma anche perché aveva realizzato qualcosa che nessuno aveva mai visto prima. Lo stesso per Lucio con le musiche. Lui era un musicista eclettico, che ha giocato con le note ed è partito da uno studio di Collodi, che tra l’altro era critico musicale ed esperto di Rossini. E a Rossini ci siamo ispirati, in particolare per l’inizio della Cenerentola. Per quanto riguarda la storia, ci siamo attenuti molto all’originale come per la Bambina dai capelli turchini che effettivamente è una bambina e non un’adulta. Così poteva essere di maggior stimolo a migliorarsi anche per i bambini. 



Pinocchio ha aperto le Giornate degli autori. Variety ha dedicato al film la sua homepage. C’è un’altissima attenzione nei confronti di questo film. Tu a chi pensavi mentre lo hai realizzato, a che tipo di spettatore si rivolge?



d’Alò: Io i film li faccio per me stesso. Cerco di metterci me stesso e finché il pubblico si riconosce in essi, sono felice. Cerco sempre di emozionare me stesso perché se non mi emoziono io per primo, non posso pretendere che lo faccia il pubblico. Nei miei film metto sempre ciò che penso della vita, le mie convinzioni. 



Marco Alemanno, come è nato il coinvolgimento in questo progetto?



Alemanno: Innanzitutto, va ricordato che colui che ha davvero realizzato le musiche è stato Lucio, che con questo film si è riavvicinato al cinema e alla composizione per il cinema. Da subito ha sposato il soggetto, riconoscendo in Mattotti un artista a 360°. Lucio ha lavorato con Roberto Costa, suo storico collaboratore, per mettere ordine nella sua creatività vulcanica. Il risultato è un tessuto musicale orecchiabile, ma ricco di citazioni come le musiche di Rota. Lucio poi aveva un rapporto anomalo con Pinocchio. Diceva sempre: “Più bugiardo di me, c’è solo Fellini”. E pure Fellini aveva in mente di fare un film su Pinocchio, un progetto che però è stato sempre rimandato mente Lucio non è riuscito a vedere questo finito. Io ho concluso la canzone dei titoli di coda che Lucio aveva iniziato a registrare. L’ho completata così come lui voleva e ho aggiunto un coro di bambini per renderla meno nostalgica. 



Come ha lavorato con Mattotti? A che punto finisce il lavoro di illustrazione e inizia la regia?

d’Alò: Lorenzo ha fatto un lavoro di pre-produzione. Il suo non è un disegno digitale, ma estremamente materico. Io gli raccontavo come immaginavo personaggi e paesaggi e lui ha modificato quello che aveva in mente, creando personaggi nuovi così come pure per il paesaggio, ispirato a quello toscano. Lorenzo ha creato i personaggi principali e supervisionato gli altri disegnatori per quelli secondari. Ha poi creato delle maquette per ogni scena. A quel punto, è entrata in campo l’equipe per dare coerenza all’animazione al computer. Con gli scenografi abbiamo fatto in modo di mantenere anche in digitale la matericità dei disegni di Mattotti scansionandoli e riportandoli in Photoshop. Alla fine si sono integrati personaggi e scenografie con vignettature e punti di luce. 



Il suo film è un film che ha l’aspetto dell’animazione tradizionale. Come vede l’evoluzione del cinema americano con il digitale esibito e l’assenza di canzoni? 
d’Alò: Trovo che quest’evoluzione sia interessante. Ci sono strade diverse, ma credo che debbano essere sempre sottoposte alla storia e al modo più congeniale all’autore. 


Tutti ricordano di certo il Pinocchio della Disney. Come si fa a farlo dimenticare agli spettatori?



d’Alò: Disney ha inventato molto. La storia è presa come pretesto e poi cambiata secondo una drammaturgia tipicamente hollywoodiana. Per esempio, là c’è una balena, ma se si legge Collodi si scopre che si tratta di un capodoglio. Io sono ripartito dal libro, cercando di prendere tutto ciò che si poteva riprendere e riattualizzare. Ho ripreso personaggi poco noti come il Pescatore Verde, che a Lucio è piaciuto talmente tanto da volerlo doppiare. Il Grillo parlante, invece, nel racconto non è così amato. Tanto che finisce schiacciato contro il muro. Collodi inserisce due tipi di animali nel racconto: quelli che pontificano e giudicano Pinocchio come il Grillo e quelli che invece lo aiutano senza giudicare come il cane. E poi Disney ha fatto un Pinocchio tirolese… 




Mi sembra che Lucignolo e il Paese dei balocchi richiamino un po’ Parnassus di Gilliam…



d’Alò: Abbiamo cercato di immaginare un Paese dei balocchi che non fosse punitivo. In Collodi, visto anche il contesto storico in cui ha scritto il racconto, c’è un tentativo di scolarizzare i lettori, ma oggi una cosa del genere sarebbe anacronistica e ingiusta. Questo Paese dei Balocchi è psichedelico, esagerato, che crea un rapporto di sudditanza dei bambini nei confronti del gioco. La musica charleston sottolinea proprio questa alienazione. Per i sotterranei, invece, ci siamo ispirati alle “Carceri” di Piranesi.



Il rapporto con il padre sembra proprio essere la chiave di lettura del film… 

d’Alò: Ho raccontato le mie esperienze di figlio in questo film. La scena iniziale è inventata per giustificare il finale, anch’esso inventato. L’aquilone fa da filo conduttore, rappresenta la fantasia, il desiderio di volare. Geppetto si costruisce un figlio, lo carica di responsabilità e aspettative sin dall’inizio. Pinocchio le rifiuta. Si potrebbe dire che Geppetto e Pinocchio fanno due viaggi di formazione paralleli finché non si incontrano di nuovo e si riconoscono. Geppetto si sente padre nel momento che Pinocchio fa qualcosa per lui. È la chiave di lettura che si trova anche in Collodi. Per il finale, invece, ho tentato di creare qualcosa che non fosse triste come nel libro. Quel fuggire di Pinocchio bambino ci fa capire che dentro c’è ancora lui.

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