Shining. room 237: recensione documentario

RODNEY ASCHER DIRIGE UN’IRONICA DICHIARAZIONE D’AMORE A STANLEY KUBRICK E AL SUO CAPOLAVORO SHINING

Tra le peculiarità che hanno reso Stanley Kubrick uno dei cineasti più importanti del XX secolo c’è sicuramente quella che l’ha portato a dar vita, durante la sua carriera, a un capolavoro per ogni genere cinematografico esistente.

Shining è il gioiello horror del regista statunitense che, a trent’anni dalla sua uscita, è ancora oggetto di analisi, discussioni e venerazione da parte degli appassionati del genere e non.

Fa parte di coloro che sono ossessionati dalla pellicola di Kubrick, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King, il regista Rodney Ascher che proprio in onore di questa mania ha diretto il documentario Shining. Room 237 selezionato per un’anteprima mondiale nel 2011 al Sundance Film Festival, è stato presentato quest’anno al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Realisateurs e in questi giorni al New York Film Festival.

Tramite l’utilizzo di molte scene originali della pellicola che nel docu-film vengono rallentate, mandate indietro, fermate, il regista usa le parole di cinque uomini che spiegano le loro teorie interpretative del film. Secondo il reporter Bill Blakemore si tratterebbe di un film sul genocidio degli indiani d’America (l’Overlook Hotel sarebbe stato ricostruito su un cimitero indiano e le lattine di cibo nella cella frigorifera in cui Jack Nicholson si trova chiuso hanno sull’etichetta un indiano e la scritta “Calumet”); per un altro intervistato racconterebbe invece l’Olocausto (la macchina da scrivere è tedesca e in una scena in cui Nicholson scrive compare un uomo con i baffetti, Hitler); per un altro ancora nasconderebbe una confessione dello stesso Kubrick sul falso allunaggio dell’Apollo 11 che sarebbe stato da lui diretto e ricostruito su richiesta del governo americano. Nella visione di quest’ultima ipotesi le continue liti tra Jack Torrance e la moglie sul lavoro di lui rappresenterebbero le giustificazioni di Kubrick sul motivo dell’obbedienza agli ordini del governo, la stanza 237 sarebbe in realtà la stanza della luna (Moon Room) e la moquette del pavimento riprenderebbe la geometria della base da cui è partito l’Apollo 11.

Il documentario in nessun modo si avvicina o da opinioni su una delle teorie elencate ma con un atteggiamento sempre ironico e sornione porta alla luce una serie di dettagli occulti, di certo non casuali, che appaiono in un’inquadratura e immediatamente scompaiono in quella dopo: il viso di Stanley Kubrick tra le nuvole, un’erezione, un adesivo con uno dei sette nani (Pisolo) attaccato alla porta di Danny che è presente in una scena, ma assente in quella dopo e molti particolari o “imprecisioni” come alcuni spostamenti nell’hotel che nella ricostruzione della piantina non corrisponderebbero alla realtà. 

Ascher compare solo sul finale nel quale risponde, con molta ironia e spiegando il motivo del suo lavoro, alla domanda che uno degli intervistati gli pone  sul perché Kubrick avrebbe dovuto occultare simboli del film in questo modo: Per aprire delle porte. O per intrappolare persone come me. Sono incastrato dentro Shining da sempre.

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