Ci vediamo domani: incontro con enrico brignano e francesca inaudi

QUATTRO CHIACCHIERE CON I PROTAGONISTI DELL’OPERA PRIMA DI ANDREA ZACCARIELLO CO-SCENEGGIATA DA PAOLO ROSSI

Il tocco di Paolo Rossi nella sceneggiatura è palese e la freschezza registica di Andrea Zaccariello (anche co-sceneggiatore) fa sì che Ci vediamo domani, opera prima del cineasta fino ad ora prestatosi a corti e pubblicità, sia un affresco ironico, amaro e piacevole dell’arte di arrangiarsi della nostra società in cui un sorprendente Enrico Brignano interpreta Marcello un quarantenne ancora alla ricerca di qualcosa che gli cambi la vita e che, complice un articolo sul giornale, ha la brillante idea di aprire un’onoranza funebre proprio in quel paese dove gli abitanti sono quasi tutti vecchi ottuagenari…

Abbiamo incontrato Brignano e la co-protagonista di questa commedia tutta italiana Francesca Inaudi:

Enrico, cosa hai pensato quando hai letto il copione? Cosa ti ha spinto ad accettare questo ruolo che non è così semplice?



EB: Quando l’ho letto mi sono chiesto: “E io chi so?”. M’hanno detto che avrei fatto il protagonista e questo è un film in cui il protagonista è presente nel 98% delle scene. È un ruolo molto impegnativo anche a livello attoriale. E poi il film tocca corde delicate. Si parla di morte, in scena ci sono bare, che rappresentano sempre un tabù. È uno humor diverso. E noi siamo circondati dalla morte, da quella di nostri cari, di persone che conosciamo, di personaggi noti, ma è qualcosa con cui non ci sappiamo relazionare, così come con la vita. Mi ha allettato il fatto che fosse una commedia senza la solita cordata di attori comici, che spesso neanche entrano tutti nella locandina o con i quali ci si litiga il camerino, creando situazioni in cui spesso si fa fatica a lavorare. Sulla carta era qualcosa che mi piaceva. Poi conoscevo Andrea da anni visto che avevamo lavorato insieme a una pubblicità della De Agostini, che manco so se esiste ancora o è fallita. É stato un progetto a cui abbiamo lavorato con entusiasmo, che si poteva fare bene e lo abbiamo fatto. Per me c’è la soddisfazione di un debutto certo, dell’uscita in sala. Lo reputo un progetto riuscito. E poi è un film un po’ come la commedia italiana di una volta. Per esempio, I soliti ignoti raccontava di questi poveracci che si improvvisavano a fare qualcosa, ma c’erano anche scene drammatiche. É pure vero che il pubblico è un po’ bambino e vuole vedere le favole al cinema. Santilli, il mio personaggio, è uno che ha perso tutto: soldi, famiglia, la figlia. Tutto questo porta a una catarsi. Era un ruolo in cui mi dovevo letteralmente calare, era difficile affrontare certi argomenti, ma confidavo anche nei vecchietti, tutti non attori selezionati sul luogo, che ogni giorno portavano sul set il desiderio di essere importanti e per noi lo erano. Sono vecchi che cono così come appaiono, segnati dal tempo, gente che ha lavorato, ma che voleva giocare con noi e raccontare una storia, che era quello che volevamo fare tutti. 




Francesca, nel film interpreti l’ex-moglie di Enrico, con il quale hai vari duelli tra ironia e dramma. A volte sembra quasi che lei consideri una punizione lo stare con lui, anche se alla fine fa la sua scelta. Come è stato lavorare con Enrico sul set? 



FI: Io sono un’inguaribile romantica. Quindi per me la punizione era finire con il personaggio di Tognazzi. C’è una vera e propria ricostituzione del personaggio nel momento in cui lei lascia aperta una possibilità. Viviamo in un momento in cui si cerca solidità, in cui ci vengono sottratti i sogni, che sono invece ciò per cui vale la pena vivere, che ci fa andare avanti. Per quanto riguarda Enrico, ogni tanto toccava fermarlo visto che è in continua produzione. Poi ci siamo divertiti. 


Visto che abbiamo chiesto a Francesca come si è trovata con te, Enrico, tu come ti sei trovato a lavorare con Francesca? 



EB: Francesca aveva 4 pose diluite in vari giorni per cui la vedevi e non la vedevi. C’erano sempre tanti camper sul set e un giorno sono arrivato e mi sono detto: “Ammazza quanti siamo oggi!”. In realtà, erano vuoti e c’ero solo io. La Inaudi l’ho vista un po’ come la Madonna di Civitavecchia. Arrivava, giudicava il mio personaggio e se ne andava via. Io cercavo un po’ di rompere l’atmosfera, visto che stavo sempre in mezzo alle bare e ne avevo bisogno, per quello facevo sempre battute. 



Brignano, cosa ne pensi della commedia italiana oggi e cosa ti piace vedere al cinema? EB: Mi piacciono pochi film, quindi quelli che vedo al cinema mi piacciono per forza. Il cinema italiano lavora sempre in modo faticoso. I produttori dicono che mancano i registi, i registi che mancano gli attori, etc. Manca sempre qualcuno. Penso che noi potremmo produrre molto di meglio. Guarda i francesi, che ultimamente sono più bravi di noi, ma alla fine raccontano storie che noi conoscevamo da tempo. Prendiamo Benvenuti al Sud. Il problema della differenza tra Nord e Sud da noi è un problema vecchio di secoli. Noi non crediamo in noi stessi. Forse il problema è che, vista la nostra tradizione teatrale e dello spettacolo in generale, ci sentiamo superiori, ma alla fine non ci sappiamo celebrare. I programmi di cinema vanno alle tre di notte, quelli sul teatro pure peggio. Lo spettacolo invece è un vero e proprio business. Zalone ha fatto 43 milioni con il suo film e se non è business quello! Dovremmo credere di più in noi stessi e da questo deriverebbe più credibilità. I film e lo spettacolo sono ciò per cui vale la pena vivere in questo mondo. È nella nostra natura. Uno conosce se stesso al cinema. Bisognerebbe dargli molto più peso anche a livello internazionale. E poi c’è un accanimento di chi governa nei nostri confronti. Ricordo di dichiarazioni offensive, del tipo che non meritiamo di guadagnare per quello che facciamo. Ma al cinema c’è gente che lavora tante ore al giorno e non dovremmo dargli la possibilità di dire queste cose. 



Nel film ci sono tanti viaggi. Come avete giocato con questi? 



EB: I viaggi sono significativi. Li abbiamo girati in sequenza, anche in modo faticoso, ma era giusto per raccontare la storia. E poi nel film ci sono certe immagini pazzesche. Quello di Santilli è un viaggio coraggioso, un viaggio della fantasia e nei sentimenti. Ma anche un viaggio nel passato.

Nel film si parla di nuova morale. C’è, secondo te, una nuova morale al giorno d’oggi? 



EB: Il personaggio di Tognazzi parla di nuova morale, proprio lui che è un personaggio negativo, legato alle banche e io ci casco. Non c’è questa nuova morale oggi. Proprio di stamattina la notizia che i parlamentari non eletti prenderanno 250 mila euro. È immorale. Dovrebbero loro stessi indignarsi e invece si prendono i soldi. E i 40 miliardi stanziati se li prendono dall’IRPEF prossimo per cui ci rimettiamo noi.




Francesca, il finale del viaggio nel carro funebre come lo vedi? Un atto d’amore?



FI: Dopo tutte queste cose che si sono dette, se non facessimo le cose con amore, sarebbe finita. Facciamo le cose sognando. Quindi sì, è un atto d’amore.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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