Beket: recensione film

SI CHIUDE CON QUESTO LUNGOMETRAGGIO LA TRILOGIA DI DAVIDE MANULI INIZIATA 10 ANNI FA

GENERE: commedia

DATA DI USCITA: 17 maggio

Cosa accadrebbe se i personaggi se Vladimiro e Estragone si stufassero di aspettare Godot in un’ambientazione surreale e fuori dal tempo piena di bizzarri personaggi?

Ce lo spiega Davide Manuli con il terzo film della sua trilogia in bianco e nero iniziata nel 1998 con il cortometraggio Bombay: Arthur road prison seguito, nello stesso anno da lungometraggio Girotondo, giro intorno al mondo.

Stanchi di aspettare il manifestarsi di Godot, i due personaggi ispirati maldestramente a quelli di Becket e rinominati Jajà (Jerome Duranteau) e Freak (Luciano Curreli) decidono di andarlo a cercare. Lungo il cammino, immersi in una terra di nessuno, si imbatteranno in personaggi deliranti e situazioni paradossali, accompagnati da dialoghi nonsense e musica tecno-trance.

Il film di Manuli ha la grande pecca di prendersi, nonostante il paradosso dei dialoghi e la voglia folle di far ridere un pubblico che, suo malgrado si ritroverà davanti a battute in tempi sbagliati e a moltissimi tempi morti, troppo sul serio.

Beket è un esercizio stilistico estremamente egocentrico che ha l’unico merito di essere stato girato in pochissimo tempo (sedici giorni) e con costi molto bassi.

Gli amanti del cinema non convenzionale idolatreranno la pellicola che, già distribuita nel 2008, ritorna al cinema in tutto splendore che, a guardarlo bene, è solo sinonimo di banalità e inutile eccesso.

Ciò che si salva tra i paesaggi desertici della Sardegna e dell’Umbria dove il film è stato girato è solo la fotografia firmata Tarek Ben Abdallah. Tutto il resto non è di certo noia, come avrebbe detto qualcuno, ma di sicuro un’overdose di ego compiaciuto che alla fine stanca.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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