House at the end of the street: recensione film

JENNIFER LAWRENCE SI CIMENTA CON L’HORROR, SCARSO IL RISULTATO CAUSA SCRIPT E REGIA 

GENERE: horror-thriller

DATA DI USCITA: 20 giugno 2013

Non c’è gloria dietro ad un urlo, abbraccia la tua mente, fai strada al pensiero e sconfiggi la paura. Solo così potrai sopravvivere, solo così potrai sfuggire alla follia che imperversa in quella casa alla fine della strada, così piena di odio e orrore da rischiare di rimanerne travolti. House at the end of the street o, per meglio dire, Hates, è diretto da Mark Tonderai che riporta in auge lo psycho movie, in cui i genitori sono soliti guastare i propri figli.

Troppa protezione, troppa attenzione, troppa violenza, l’eccesso di tutto porta ad una disfunzione mentale congenita, l’eccesso (o il suo contrario) di un occhio adeguato in cabina di regia, ma anche di scrittura, porta il film ad una sequela di atti osceni in luogo cinema. Insistendo così caparbiamente su una serie di luoghi comuni così scontati, che l’effetto sorpresa passa quasi inosservato.

La cura nei dettagli è pressochè assente e lo spunto preso dai classici thriller-horror anni 80 dedicati ai teenager annoia quasi subito, seppur come protagonista si abbia una fuoriclasse quale Jennifer. La tipica ragazza, come la definisce la madre con cui si è appena trasferita “nel quartiere”, a cui piace individuare un progetto, un giovane magari disadattato, e redimerlo, aiutarlo, perchè no innamorsene.

Non succede mai nella realtà, sia chiaro, ma qui l’intento di allontanarsi proprio da una parvenza di normalità è così evidente che l’aria da fiction si boccheggia negli scantinati insidiosi di quella casa, nelle sue mille intercapedini e nelle porte sempre aperte, in cui ombre di mattanza e fragili psicologie giacciono in maniera torbida. Scritto male, un film resterà sempre girato male.

Nulla può salvarvi, non c’è gloria dietro ad un urlo di liberazione sui titoli di coda, nemmeno l’attenuante del B movie che talvolta salva pellicole oscene dal boia della critica. Nei ritmi lenti dell’assenza, negli sguardi intensi degli emarginati, nelle lacrime facile e nella parole non dette. Tutto il resto, montaggio, piani sequenza e colonna sonora da brivi diventano così inutile corollario e rendono chiaro il messaggio per cui, comunque la storia vada a finire, si esce sconfitti e senza via di scampo.  

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