Il caso kerenes: conferenza stampa

UNO SGUARDO AI RETROSCENA DEL FILM VINCITORE DELL’ORSO D’ORO A BERLINO

A vederlo entrare in sala Calin Peter Netzer non acquista molto credibilità: con il suo sguardo basso, gli occhiali da studente d’ingegneria e il passo timido sembrerebbe un regista esordiente pronto a essere sbranato dalla stampa romana. E invece il cineasta rumeno è giunto ormai all’opera numero tre e con Il caso Kerenes – A child’s pose è riuscito a conquistare consensi nella giuria capitanata da Wong Kar-Wai e a vincere l’ambito Orso d’oro per un film che sta raccogliendo –a buon ragione- successo di critica e di pubblico in Romania e in Germania.

Per rompere il ghiaccio alla conferenza introdotta da Vieri Razzini, capo della Teodora che distribuisce il film, viene fatto subito un accostamento tra la società rumena e quella italiana dove certi atteggiamenti superficiali e corrotti sono all’ordine del giorno.

Quello che ci interessava – spiega il regista- era di creare un equilibrio tra una società corrotta e un lato privato di una tragedia famigliare. Si tratta d’altronde di una storia tra una madre e un figlio, quello che c’è intorno sulla corruzione e sulla società, non fa altro che sostenere questa storia principale. L’elemento rilevante nel personaggio della madre si vedrà quando questa arriverà a utilizzare il denaro come merce di scambio nei rapporti umani, riflettendo il comportamento della società di cui fa parte.

Ho cominciato il casting 6 mesi prima dell’inizio delle riprese. Ho parlato molto con gli attori su come dovevano essere costruiti i personaggi. Ho lasciato soprattutto che fossero i 3 personaggi a essere un po’ i narratori, anche dal punto di vista della tecnica filmica. Ho lasciato lavorare i due cameraman su questa concezione, facendo in modo che i protagonisti fossero sempre al centro della scena.

Il film dall’andamento teatrale e dalla sceneggiatura di ferro, a differenza di certo cinema rumeno, indirizzato a scoprire i problemi dei ceti più umili, esplora i disagi di una società come quella alto borghese, alle prese con una tragedia: il figlio di una donna anziana, ma ancora forte e risoluta, investe per sbaglio un ragazzo, uccidendolo. La donna sarà pronta a tutto pur di ristabilire la situazione. Per questo ruolo è stata scelta la veterana Luminita Gheorghia, attrice che ha anche lavorato nei film di Mungiu, 4 mesi, 3 settimane e due giorni e Oltre le colline

Luminita è un’attrice molto nota della nouvelle vague rumena: già durante la fase di scrittura pensavo a lei, poi mi ero quasi deciso a prendere un’attrice con meno esperienza. Poi ho finito per scegliere lei e si è rivelata la cosa più giusta.

L’ho contattata 7-8 messi prima di iniziare a girare e già allora si era spaventata per quel ruolo, visto che era abituata a ruoli di gente dei ceti più umili. Questa è una donna spietata della ‘high society’ e ciò intimoriva Luminita a tal punto da spingerla quasi ad abbandonare la parte, durante le riprese. Sono diventato quasi il figlio di questa donna e insieme abbiamo costruito il personaggio.

In tutto questo, tuttavia, tra me e lei c’era una tacita tensione. Non abbiamo lavorato molto fuori scena, il film è stato girato in 30 giorni e non si poteva provare al di là delle riprese. Posso dire però che la tensione tra di noi ha fatto bene al film e spero che anche voi spettatori la possiate sentire.

Molte madri sono venute da me a congratularmi per come sia arrivato a costruire un personaggio del genere. Mia madre l’ha percepito come un omaggio (a questo punto il pubblico in sala scoppia in una risata fragorosa).

Quanto alle ispirazioni per la sua opera il giovane regista ci illumina, senza citare alcun nome americano.

Questa sorta di realismo cinematografico da noi è cominciato nel 2001 con il primo lungometraggio di Puiu, ma io mi sono molto ispirato anche alla cinematografia russa e ceca degli anni ’60. Non so se sono influenzato dai Dardenne. Non mi sono inquadrato in un dogma e in regole precise, anzi il mio intento era quello di non avere regole.

Alla fine della conferenza c’è chi domanda a Razzini riguardo la scelta del titolo italiano. Perché non la semplice traduzione di Child’s pose?

Il Caso Kerenes, prima era Keneres, quindi ci siamo anche permessi di cambiare due sillabi per rendere il nome più orecchiabile. Child’s Pose oggettivamente è intraducibile. In inglese suona benissimo, in italiano dovevamo invece inventarlo. Il titolo che abbiamo dato inoltre fa pensare a un giallo: abbiamo bisogno almeno di una piccola spinta come questa per raggiungere più vasto pubblico.

E noi speriamo che la pellicola di Netzer raggiunga un vasto pubblico, arrivando anche a chi non è abituato a questo genere di cinema: un confronto così teso tra madre e figlio non si vedeva probabilmente dai tempi dell’intenso Mother di Bong Joon-Ho, titolo rimasto nel limbo dei film non distribuiti in Italia. Che invece Il Caso Kerenes sia invece uscito così presto da noi è un fatto che ci stupisce ancora e questa puntualità andrebbe premiata, andando al cinema dal 13 giugno. 

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