Una notte da leoni 3: recensione film

NÉ COMMEDIA, NÉ ACTION, IL FRITTO MISTO DEMENZIALE STAVOLTA NON FUNZIONA 

GENERE: comico

DATA DI USCITA: 30 maggio 2013  

L’unione maschia fa la forza. Distruttiva, iperbolica, surrealista. Questa è la potenza scaturita da una sbornia, ancora meglio se unita ad un cocktail di droghe e farmaci. L’unione che si fa forza diventa branco, il branco diventa speranza di salvezza, unione e redenzione. Pensato come disarmante film unico, l’epopea di Hangover è diventata una trilogia, in cui incipit, passaggio centrale e conclusione rivelatrice ne sono il cuore pulsante e talvolta trash.

Almeno per i primi due capitoli, perchè in questo Una notte da leoni 3 non c’è traccia di quanto argomentato sopra, almeno non fino alla magnifica scena finale. Ma qui si entra in territorio di spoiler e per questo ce ne allontaniamo, addentrandoci nei meccanismi architettati dal diabolico Todd Phillips, regista di alto livello, capace di danzare con i suoi personaggi e condurre in porto acrobazie action, ai ritmi in folle della commedia demenziale.

Stavolta senza però dare peso alcuno ai numerosi registri intrapresi, troppo spazio a Chow, poco al terzetto formato dall’istrione Alan, da Stu il magnifico e da Phil il capobranco. La scelta di non ripetere il plot fornito dal risveglio con annesso recupero neurale, a conti fatti, è stato un rischio che non ha pagato, controproducente, la svolta semi-drammatica che avrebbe dovuto avere l’effetto dirompente rispetto alle gag comiche ha prodotto, al contratio, una stasi generale che sa di occasione sprecata e tanto rimpianto.

Nonostante l’eccellente fotografia e un affiatamento del cast artistico ormai sopraffino, mancano in questa chiusura di saga quel brio e quella cattiveria così deliziosamente atipiche che hanno fatto del marchio hangover una garanza di risata. Non bastano gli innesti del gangster John Goodman o della pazzoide Melissa McCarthy a ridare potenza di fuoco, perchè nel momento in cui in fase di scrittura non si iniettano nuove idee, ecco che l’ironia velata implode su se stessa.

E la delusione è grande quando sui titoli di coda quella verve ritorna, potente e sopraffina, insieme con la risata che accompagna freneticamente lacrime e convulsioni. Peccato che sia solo da contorno alla parola fine, il guaio di voler enfatizzare troppo un prodotto di intrattenimento mondiale è la perdita di forza comica e il risultato un flop. Stavolta niente trash, niente foto ricordo, si torna a casa a capo chino senza la compagnia del fido Doug. I leoni non mordono più. 

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