Wolverine – L’Immortale: recensione film

FIASCO TOTALE PER IL NUOVO CAPITOLO SUL MUTANTE CON GLI ARTIGLI

locandina wolverineGENERE: fumetto

USCITA IN SALA: 25 luglio 2013

VOTO: 2 su 5

Se la sofferenza insita in un vizio genetico si manifesta nell’immortalità, allora ben venga la mutazione. Non sembra essere di questo parere Logan, impulsivo ex-X man con un nome in codice assai importante: Wolverine. Dopo essere andato alla ricerca delle sue origini, Logan rimane solo, si isola sulle montagne tra orsi e ghiacciai, viene quindi rintracciato e condotto in Giappone dall’uomo a cui aveva salvato la vita a Nagasaki. Yakuza e altri temibili mutanti lo aspettano in agguato.

Pretesto incredibilmente fiacco per far tornare Hugh Jackman ad alzare pesi e a farsi crescere la barba, il film dell’istrionico James Mangold regala attimi di noia pura, alternati con belle sequenze action, sullo sfondo di una Tokyo quantomai indifferente alle gesta di un super uomo. L’introspezione non si addice al personaggio, l’amore che placa una violenza covata non basta a giustificare intermezzi da nuovo cinema paradiso. Semplicemente nell’amalgama fantasy-action questi ingredienti non funzionano.

Si ricorre subito all’espediente narrativo legato all’immortalità di Wolverine, alla sua rigenerazione cellulare che di fatto lo rende eterno, privilegio e dannazione che solo pochi possono vantare nella storia del grande schermo, vampiri compresi. Ma se l’unica cosa che permette di superare ricordi e fantasmi del passato è uno stimolo provocato dal sentimento, ecco tornare Logan al punto di partenza, nella lenta consapevolezza dell’animale dentro di lui. Il ronin canadese, un samurai di adamantio senza padrone.

La mancanza di potenza rispetto ai capitoli precedenti è immediatamente evidente, quando nonostante lo scontro a tutto campo tra mutanti di varia natura e umani con voglia di rivalsa, Wolverine si ritrova a menar le mani con quattro gangster da strapazzo e a gestire situazioni di vita familiari inconsuete. Specie per uno abituato a vivere nei boschi e poi costretto a ritrovarsi a suo agio nel rigido stile di vita nipponico. Potere della finzione, è chiaro, ma chi di fiction ferisce, di fiction brutalmente perisce.

Perchè l’effetto vuoto a rendere rimane impresso sin dalle prime inquadrature, la sorpresa nei titoli di coda non alza il livello di un prodotto assolutamente medio e la linfa vitale che alimentava il personaggio chiave nella saga creata da Bryan Singer sembra essere letteramente svanita. Logan da solo non è Wolverine, ma una bestia selvaggia che non morde, né graffia. Necessario il rodaggio agli artigli.

 

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