Locarno 66 – Les grandes ondes: recensione film (Piazza Grande)

UNA COMMEDIA IRRIVERENTE SUL GIORNALISMO E LA MALA POLITICA

les grandes ondes locandinaMettere insieme una truope e farla partire per un reportage, è un’impresa ardua. Se poi i due giornalisti di punta sono entrambi due prime donne, lo scontro è assicurato. Da questo spunto è partito Lionel Baier per costruire il suo film, Les Grandes Ondes. Una commedia che gioca sull’incomprensione degli ordini, sul sesto senso e sulla memoria. Una commedia vincente, che sa divertire e interessare.

La storia segue la vicenda di una radio inglese, accusata dai poteri alti di parlare troppo di politica internazionale. Al direttore della Radio Svizzera, viene così chiesto di parlare di tematiche nazionali, specialmente di quanto la nazione aiuti i paesi esteri. Vengono così spediti su un aereo alla volta del Portogallo, Cauvin (Michelle Vuillermoz), reporter di guerra, e Julie (Valerie Donzelli), giornalista d’assalto. Ad accompagnarli nel round trip Bob, tecnico del suono. L’ironia della sorte vuole che nell’andare alla ricerca di encomi per la madre patria, ciò che trovano sono solamente ringraziamenti per orologi donati ad una scuola, macchinari da utilizzare in aziende, un progetto di case mai costruito.

Un’ironica commedia insomma, che esplicita quanto a volte gli ordini dall’alto siano erronei, se chi ha il potere non sa come gestirlo. Demoralizzati e scontenti, ci penserà il destino a fargli vivere un’esperienza di grande giornalismo, mettendogli davanti un’occasione che non possono lasciarsi sfuggire. Il viaggio infatti allargherà i loro orizzonti, catapultandoli direttamente nella rivoluzione portoghese, il giorno del golpe militare contro la dittatura di Salazar. Il film è infatti ambientato nel 1974. Bisogna quindi spolverare il cassetto della storia, e lo spettatore è aiutato in questo dal regista che ha inscenato perfettamente i tempi che furono grazie alla rievocazione dei costumi, delle canzoni e delle tradizioni del tempo. Un omaggio viene reso anche al cinema, grazie all’ossessione del ragazzo che aiuta i giornalisti nella traduzione. Alla fine del giro infatti, la troupe lo accompagnerà in Francia per incontrare Marcel Pagnol, scrittore drammaturgo e regista francese di quegli anni.

Baier ha saputo coinvolgere e stupire, sebbene la trama non sia eccessivamente originale. Gli aneddoti che pian piano vengono rivelati nella storyline sono curiosi e inaspettati, non allungano nè appesantiscono la sceneggiatura che risulta essere sempre creativa quanto innovativa. Gli attori sanno muoversi bene nei loro ruoli, due parole di merito alla Donzelli, che da quando si è affermata nel panorama internazionale non ha perso occasione di mettersi in gioco in ruoli tra loro spesso diversi, rischiando ma riuscendo sempre a uscirne vincitrice.

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"Il cinema non è solo un'esperienza linguistica ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica".
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