Locarno 66 – Short term 12: recensione film (concorso internazionale)

LA STORIA DI UNA GIOVANE DONNA CHE SI LIBERA DAL PROPRIO PASSATO PER ABBRACCIARE IL FUTURO

short term 12

Short term 12 è un luogo in cui i ragazzi erroneamente chiamati “difficili” a causa delle proprie storie personali e per le colpe di genitori inadatti passano parte dei propri anni. Tra coloro che lavorano in questa casa famiglia come supervisore c’è Grace una giovane donna, anch’essa in passato vittima di violenze familiari, che scopre di essere incinta del suo collega e fidanzato.

Il lungometraggio  è composto da una serie di micro storie che girano attorno alla vicenda di Grace, al suo rapporto e al suo terrore di diventare madre per paura di non esserne in grado: le realtà dei giovani abitanti di Short Term e in  particolare quella Jayden, un’ospite della struttura che viene picchiata dal padre e che riporta indietro nel tempo Grace la quale, solo dopo aver fatto sì che la ragazza  quantomeno  provi ad avere giustizia, capisce che forse, tagliato il filo col passato tramite una forte catarsi, sarà in grado di diventare genitore.

L’hawaiano Destin Cretton, con una regia sporca (probabilmente frutto di un girato quasi completamente ripreso con camera a spalla) fatta soprattutto di primi piani e inquadrature di particolari, dirige un lavoro toccante, profondo e realistico ispirato a una delle sue prime esperienze lavorative durante gli anni del college e  per questo così curato nei dettagli, nelle disperazioni e nei dolori delle storie che propone.

La struttura narrativa della pellicola è circolare (tutto finisce in un modo molto simile a cui è iniziato)  tutti i personaggi compiono un percorso importante che, seppur a volte breve, il cineasta segue con attenzione immergendo lo spettatore in una realtà che non ha un luogo fisico (non si sa geograficamente dove ci troviamo) ma ha molti luoghi mentali che sono quelli di tutti i ragazzi che convivono a Short Term i quali sono interpretati alla perfezione dagli attori tra cui spicca ovviamente Brie Larson (Grace) per l’intensità di una recitazione che non regge da sola l’intero film ma che ne è comunque il perno.

Con la giusta crudezza e senza in alcun modo voler indorare la pillola del dolore che si cela dietro ogni storia, Cretton fa un ritratto duro e realistico delle problematiche di quella gioventù persa inserendo senza retorica della speranza solo dove è possibile, solo dove il vero non viene intaccato: nel plausibile.

Tra uno schiaffo e una carezza all’anima lo spettatore si ritrova davanti a un film che non è perfetto esteticamente ma che rimane negli occhi e nella loro commozione che resta anche  mentre vanno i titoli di coda e oltre.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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