Venezia 70 – Child of God: recensione film (concorso)

RACCONTO DI UNA VITA DIFFICILE

Il diverso ci ha sempre spaventato. Specialmente quando crediamo che diverso voglia dire pericoloso. E a volte la convinzione è talmente forte che spesso finiamo per confonderla con la realtà. Child of God, secondo capitolo della trilogia diretta da James Franco, basa la storia su questa teoria, raccontando la vicenda di un uomo lasciato solo sin da piccolo, che tutti credono pazzo e cattivo, tanto da farne prendere coscienza anche lui e diventarlo davvero.

Lester Ballad non ha avuto vita facile. È rimasto orfano quando non aveva neanche 10 anni, ed è cresciuto in piena solitudine, tenuto a distanza da tutti perché ritenuto un pericoloso schizofrenico. Mandato via dalla vecchia proprietà del padre, deve arrangiarsi a vivere tra le montagne, sopravvivendo grazie al fucile che porta sempre con se. In un’esistenza contrassegnata da accuse giuste ed ingiuste, la palese colpevolezza morale dell’uomo viene rivelata nel momento in cui trova una coppia di giovani morti assiderati in una macchina, e si porta nella sua dimora la ragazza.

È in questo preciso momento del film che si crea una spaccatura emotiva. Se all’inizio la giustizia sembrava accanirsi con un pover uomo dal destino crudele, quando irrompe la necrofilia nessuna giustizia che regga può difenderlo. Perché quella donna diventa per lui la ragione di vita, un raggio di luce nel buio della solitudine esistenziale. Tanto che nel momento in cui la perde, l’unico obiettivo sarà la ricerca di un’altra persona.

Franco mette in scena una storia forte, acritica e cattiva, dove la giustizia terrestre contrasta eternamente con la giustizia divina, sul caso di un uomo che è, come tutti, Figlio di Dio. Con una regia a volte sporca, che spesso segue con la telecamera in spalla il protagonista tra boschi e grotte sotterranee, il film è un racconto buio di un disadattato che è stato messo alla prova fin troppo presto, e non ha superato il trauma di dover vivere una vita dura.

Tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCharty, il film è ben diretto e sceneggiato, ma lascia la sensazione di essere qualcosa di già visto. Una marcia in più però gli va concessa, ed è merito della straordinaria e selvaggia interpretazione del protagonista principale, uno Scott Haze calatosi perfettamente nel ruolo del cavernicolo.

 

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"Il cinema non è solo un'esperienza linguistica ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica".
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