Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini: recensione film

LA MALINCONICA BIOPIC SUL GRANDE FELLINI FIRMATA DA ETTORE SCOLA

GENERE: documentario

DATA DI USCITA: 12 settembre

VOTO: 3 su 5

CheStranoChiamarsiFederico-posterDopo una danza di citazioni messe in scena innanzi a un Fellini di spalle, Ettore Scola ci trasporta, nella macchina del tempo che la sua telecamera vuole essere nel suo docu-film Che strano Chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini, al 1928 quando il regista di La dolce vita, a soli 19 anni, lasciò Rimini presentandosi alla rivista satirica Marc’Aurelio con i suoi disegni e la sua valigia di speranze che, come la storia racconta, non sono state disilluse diventando prima progetti e poi capolavori che ancora oggi il mondo ci invidia.

Il viaggio che Scola ci propone nel suo ultimo lavoro ripercorre gli albori della carriera di Federico Fellini, riportando alla memoria dello spettatore anche una serie di personaggi come Steno, Marcello Marchesi, Stefano Zavattini e altre illustri penne dell’epoca, passando poi per i grandi successi del Maestro e per le sue grandi fissazioni (come quella di girare in macchina per Roma e dare passaggi a estranei per farsi raccontare le loro vite) fino ad arrivare al rapporto con Marcello Mastroianni e alla morte del cineasta che commosse e intristì il mondo, non solo del cinema.

In un montaggio che unisce fiction e filmati di repertorio Ettore Scola, con una malinconia leggera, dipinge un quadro molto tenero del suo amico Federico senza però aggiungere nulla d’inedito al bel ricordo che lo spettatore ha dell’acclamato regista cinque volte Premio Oscar.

Bugiardo, curioso, ironico, geniale: questo è il Fellini che per notti intere ha girato in macchina col suo amico Scola, questo è il Fellini che l’Italia ha amato e che ha portato il cinema italiano a livelli che, a oggi, sembrano essere un lontano miraggio.

Non manca certo in questa tenera biopic un po’ di autoreferenzialità che parte dal momento in cui uno Scola bambino entra in scena nel ricordo di quando al nonno non vedente leggeva il Marc’Antonio e continua per tutto il resto del film. Un’autoreferenzialità che di certo non può che essere perdonata a un uomo che ha diretto un capolavoro come La famiglia.

La sensazione che si ha nel rivedere, o nel vedere per la prima volta, i filmati storici di Che strano chiamarsi Federico, e anche la ricostruzione della sua giovinezza, è la stessa che colpisce al petto quando si guardano vecchie foto o video di famiglia: è la nostalgia che preme in quella terra di nessuno tra cuore e stomaco e strappa una lacrima per un passato che non tornerà.

È alla fine di tutto, pochi istanti prima che il viaggio nel tempo finisca, che le luci della sala si riaccendano alla fine dei titoli di coda, quando i personaggi dei film di Fellini salutano dal grande schermo dove sono nati e sempre vissuti il pubblico, che parte l’applauso. L’applauso che allo stesso tempo è un arrivederci a loro e un addio ai tempi andati.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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