Venezia 70 – The Armstrong Lie: recensione film (fuori concorso)

COSA RESTA DEL MITO, QUANDO L’INGANNO E’ STATO SVELATO

Esistono al mondo varie tipologie di bugie. Ci sono quelle innocenti, ci sono quelle ingenue, ci sono quelle dolorose, ci sono quelle che vengono scoperte, ci sono quelle mai rivelate, ci sono quelle che distruggono vite. Nel momento in cui si sa di dire il falso, entra in gioco un meccanismo di difesa che porta a riconsiderare la realtà secondo il punto di vista della finzione. Ma quando la bugia e la finzione vengono a galla, la persona accusata viene distrutta. Figurarsi se la persona in questione è un idolo di livello mondiale, e il grande inganno fa il giro del mondo in cinque secondi. Questa è la triste storia di Lance Armstrong, campione ciclistico sette volte vincitore del Tour de France.

A portare sul grande schermo la sua storia, è Alex Gibney in The Armstrong Lie, che lo ha seguito dal 2008 per documentare il rientro dello sportivo nel ciclismo, dopo aver affrontato e superato un cancro ai testicoli. Inizialmente infatti il lavoro cinematografico era pensato come un elogio alla sua figura, coraggiosamente testardo da pretendere di rimettersi in gioco dopo anni di fermo e di voler vincere l’ottava gara francese. Ciò che però è subentrato mentre le riprese venivano girate, sono state le accuse mosse dal Dipartimento di Antidoping americana nel 2011. Questo fatto, ha modificato completamente il punto di vista dell’opera. Viene fuori infatti che Armstrong ha vissuto di bugia in bugia sin dalle sue prime vittorie, quando giovane e instancabile voleva dimostrare al mondo che difficilmente si sarebbero scordati di lui.

Ed è infatti questa una delle immagini che emergono, quella di un uomo indistruttibile, amato dai fan che lo sostengono nonostante le continue accuse, e odiato dai rivali e dagli amici di un tempo. Tanto che la sua riscesa in campo dopo la sconfitta della malattia, per il regista, uno dei narratori della storia, sembra essere la sua personale dimostrazione che nonotante tutto lui ne è sempre uscito pulito e vittorioso. Padre di famiglia, amico fedele, uomo impegnato nel sociale grazie alla sua fondazione Livestrong per i malati di cancro. Lance Armstrong è davvero una persona apposto, ingiustamente accusato? Il lieto fine però in questa storia non c’è, e tutto il mondo lo ha saputo nel 2012, precisamente il giorno in cui il Dipartimento di Antidoping lo ha reso colpevole, togliendogli anche le 7 vittorie ai Tour de France.

La consapevolezza della sua bugia, che violentemente ha portato avanti per anni annientando tutti coloro che testimoniavano contro di lui, lo ha con il tempo logorato, tanto da farlo confessare e ammettere le sue colpe pubblicamente, nell’intervista rilasciata all’inizio di quest’anno durante la trasmissione televisiva di Oprah Winfrey. Visibilmente colpito, tormentato e con le spalle al muro. Così appare il grande campione, che con la sua verve è riuscito ad ingannare la maggioranza delle persone. Lo stesso regista ammette di aver creduto alla sua versione.

Il documentario rappresenta esattamente la metafora discendente di una delle personalità più complesse nel mondo del ciclismo, che nonostante l’ammissione delle colpe continua a sentirsi in parte assolto perchè “tutti in quegli anni facevano uso di sostanze dopanti“. Un’indagine che scava nel profondo del suo protagonista, che vuole andare a toccare le corde della sua coscienza per trovare la parte vera di una persona che ha perso totalmente il senso della realtà. Sebbene alcune parti risultino di troppo, l’opera di Gibney colpisce ed emoziona, mettendoci di fronte nuovamente all’interrogativo su quale sia il limite tra la realtà e la finzione.

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"Il cinema non è solo un'esperienza linguistica ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica".
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