American Sniper: pro e contro Eastwood

FILM 4 LIFE SI DIVIDE SULL’ULTIMO FILM DI CLINT EASTWOOD CON BRADLEY COOPER, NOMINATO AGLI OSCAR 2015

American Sniper MovieChris Kyle, un U.S. Navy SEAL che viene inviato in Iraq con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni. La sua massima precisione salva innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo grande coraggio, viene soprannominato “Leggenda”…

Come trovi il cinema di Eastwood?
ELEONORA: Il suo è un cinema che non si ferma a una lettura superficiale, che si compone di tante sfaccettature che lo rendono complesso e particolare. Clint Eastwood ci racconta storie senza prendere una posizione, ci presenta dei personaggi solo dopo averli analizzati a fondo e ci espone la loro vita, i loro problemi e la loro essenza come in pochi sanno fare.

SIMONE: Trovo che American Sniper abbia una regia maestosa, marchio di fabbrica dell’84enne Clint, alta scuola tecnica di un cinema classico che punta poco sulla scrittura, dimenticandosi l’emozione decisiva, quella che permetterebbe allo spettatore di entrare completamente all’interno del conflitto e nella mente del suo protagonista. Fatta salva una grande sequenza in una tempesta di sabbia, in American Sniper manca il pathos, il dramma interiore, quella violenza che genera altra violenza, psicologica oltre che fisica.

Cosa funziona o non funziona in American Sniper?
EM: Credo che tutto funzioni molto bene, Bradley Cooper aderisce perfettamente al ruolo e il film è eccellente dal punto di vista registico. Non lo vedo un lavoro patriottico o ideologico come potrebbe far credere la presenza di un unico punto di vista (quello americano), e ritengo che chi lo reputa tale si fermi solo a una considerazione superficiale e che sia necessario scavare ancora più a fondo. È una storia raccontata con gli occhi di una persona che la guerra la fa per la difesa del suo Paese, un uomo che crede veramente di essere utile per salvare i suoi compagni tanto da diventare “la leggenda”. Lo spettatore può essere d’accordo o meno con la guerra e con chi la fa, con le sue giustificazioni e con i suoi mezzi, ma dalla visione di questo film prende inevitabilmente coscienza di ciò che implica la vita del soldato: che egli vinca o perda, una volta tornato a casa quelle immagini gli rimangono negli occhi e quelle sensazioni addosso, non può più scrollarle vie. Il costo della guerra è anche questo, le ossessioni che tornano a casa con i reduci.

SB: Il lato emozionale e il lato tecnico a confronto. Soffriamo con Chris si, per la sua vita e per il rischio di perdere la sua famiglia, ma allo stesso tempo non combattiamo con lui, lo osserviamo distanti nel suo percorso emotivo interiore, dagli abissi reali a quelli post traumatici che ogni reduce porta con se. Il film ne risente e Eastwood forse stavolta si lascia prendere in anticipo dalla commozione senza regalare quel guizzo finale che non sia il gesto del saluto militare.

Lo consiglieresti?
EM: Sì, perché Eastwood ha fatto centro ancora una volta: in questo film si fa narratore di un frammento della storia del nostro tempo, fatto non solo di battaglie in determinati luoghi e momenti, ma soprattutto di persone.

SB: Diciamo di si con riserva e vado a spiegare il motivo. Clint Eastwood prende da parte la star Bradley Cooper e lo trasforma letteralmente, esteticamente e caratterialmente, facendolo immedesimare in un militare semplice del Texas che si trasforma in un soldato feroce (ma giusto) sul campo e implacabile sui tetti di Baghdad. E Cooper-Kyle risponde alla grande, con una performance convincente e sentita. Un tantino in contrasto con la retorica americana sbandierata in ogni fotogramma, quasi fosse un commosso lascito alla nazione e non un film distribuito nel mondo.

Eleonora Materazzo & Simone Bracci

 

 

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