Moonlight: recensione

CORAGGIOSO FILM D’APERTURA PER IL #ROMAFF11, CHE CON MOONLIGHT PORTA IN SALA LA TEMATICA RAZZIALE, IL GENDER E IL DRAMMA FAMIGLIARE CON GRANDE SENSIBILITÀ

moonlight-locandinaGENERE: drammatico

DURATA: 110 minuti

USCITA IN SALA: 16 febbraio 2017

VOTO: 3,5 su 5

Chiron, soprannominato Piccolo, è un ragazzo perseguitato dai suoi coetanei, sempre costretto a fuggire da loro e a nascondersi per non essere malmenato. Un giorno, durante una delle sue fughe, incontra Juan, spacciatore della zona, che inizia a prendersi cura di lui insieme alla fidanzata Teresa. Ma Chiron ha una madre con la quale vive, tossicodipendente, che gli fa pesare questo legame senza però colmare il suo bisogno di attenzioni, protezione e affetto.

Scritto e diretto da Barry Jenkins, Moonlight è stato scelto come film d’apertura per questa edizione della Festa del Cinema di Roma numero 11. Una scelta coraggiosa con cui è stata portata sul grande schermo una storia di emarginazione, bullismo e violenza, e ancora una volta il tema della diversità, che qui si costruisce non solo sul piano della razza ma anche su quello della sessualità: perché il protagonista, Chiron, è “Black” e “frocio”, preso di mira fin da piccolo dai compagni e insultato perché un presunto omosessuale. Quando da adolescente si scopre innamorato di un suo amico, col quale in età adulta si ritrova (l’unico che lo abbia mai toccato e che lui abbia mai sfiorato, dirà), sembra che tutti i pezzi del puzzle stiano tornando al loro posto, e lui inizi finalmente a prendere coscienza di chi è. Ma poi quella violenza che ha sempre cercato di evitare e dalla quale si è costantemente tirato indietro lo divora, cambiando per sempre la sua vita e destinandolo a ciò che ha finora rifuggito.

Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, titolo che riprende una battuta in cui si dice come i neri alla luce della luna sembrino blu, Moonlight segue il protagonista attraverso l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta: tre capitoli che ci mostrano una metamorfosi del personaggio non solo esteriore, ma soprattutto interiore, una crescita dettata dalle condizioni di vita e dai soprusi a cui è stato fin da piccolo sottoposto.

Inizia come un dramma famigliare sul complicato rapporto di Chiron con la figura materna. Lui, che cerca un rapporto madre-figlio normale, trova solo in Teresa l’incarnazione di questo equilibrio (è lei che vediamo preparagli la cena e rifargli il letto, tranquillizzarlo e difenderlo). Ma non può stare con lei: la madre è morbosamente gelosa di un figlio che non accudisce e che a tratti aggredisce; un comportamento traumatico che perseguiterà Chiron anche da adulto.

Poi il film vira verso le tematiche razziali, mostra il disagio giovanile, e arriva ad approfondire la sessualità del protagonista. Lui mai riesce, per paura delle ripercussioni esterne, a fare coming out, rifiutando così in qualche modo l’insegnamento di Juan (“Non lasciare che gli altri ti dicano chi devi essere”). Il vero cambiamento di Chiron si ha nel terzo e ultimo capitolo (iii. Black): è un uomo ma non è più lui, profondamente diverso nell’aspetto e negli atteggiamenti, almeno finché non ritroviamo nei suoi occhi che seguono Kevin (l’amico di scuola) la sua innocenza di ragazzo.

Moonlight è un film duro soprattutto emotivamente, in cui la violenza è esasperata dalle parole, dai gesti e dalle intenzioni. Ma è anche un film estremamente romantico, come dimostra la scena finale, che difficilmente lo spettatore potrà dimenticare, proprio come indimenticabile è il primo amore.

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"Suonala ancora, Sam"