Sully: recensione

L’ULTIMO FILM DI CLINT EASTWOOD RACCONTA UN UOMO, CONSIDERATO EROE DALLA MASSA, IN TUTTA LA SUA UMANITÀ E FRAGILITÀ

sullyGENERE: biografico, drammatico

DURATA: 95 minuti

USCITA IN SALA: 1 dicembre 2016

VOTO: 3,5 su 5

Tratto dal libro Highest Duty scritto da Chesley Sullenberg detto Sully e Jeffrey Zaslow, l’ultimo film di Clint Eastwood racconta la vera storia del cosiddetto “Miracolo sull’Hudson”. Il 15 gennaio del 2009 il comandante Sully (Tom Hanks) e il suo co-pilota Jeff Skiles (Aaron Eckhart), appena dopo il decollo del volo US Airways 1549, si trovano di fronte a uno stormo di oche che mandano immediatamente in avaria entrambi i motori dell’aereo. 2800 piedi d’altezza, 155 persone a bordo, 208 secondi di terrore. Questi tre minuti e mezzo separano l’impatto con gli uccelli da un altro tipo di impatto, quello con le acque gelide del fiume Hudson, tra il New Jersey e la West Side di Manhattan. Tre minuti e mezzo di terrore, ma anche di sangue freddo, di calcoli “a vista”, prontezza, istinto e decisioni immediate da parte di chi era al comando. Un ammaraggio eroico, “Nessuno era mai stato addestrato per una simile situazione” dichiara Sullenberg nel film, eppure lui ci è riuscito, mettendo in salvo tutte le persone presenti in quell’aereo.

La pellicola di Clint Eastwood però, come il libro da cui è tratta, non si concentra solamente in quei 208 secondi e il breve lasso di tempo che li precede, anzi, il film vuole mettere in luce ciò che meno si sa su questo “Miracolo sull’Hudson”. Gran parte della narrazione infatti è incentrata sull’indagine, seguente l’ammaraggio, portata avanti dal National Transportation Safety Board che accusa Sully di aver preso una decisione assurda e che avrebbe potuto mettere in pericolo la vita di tutti i presenti in quell’aereo. Così se i media e i cittadini lo elevano a eroe, il NTSB lo accusa di essere stato imprudente e folle. “40 anni di lavoro alle spalle e alla fine sarò giudicato in base a 208 secondi” si ripete Sully, un uomo che nel film viene rappresentato in tutta la sua umanità, emotività e fragilità, non sotto l’aspetto del mito ma dal lato più intimo e personale.

Sully viene perseguitato da incubi, immagini, pensieri e visioni di un aereo che si schianta sulla città duplicando una catastrofe già avvenuta e impressa nell’immaginario collettivo: quella dell’11 settembre. Da una parte la realtà, dall’altra la paura di emulare un disastro analogo. L’attentato alle Torri Gemelle ha aperto il XXI secolo e il cinema americano (ma anche la letteratura e le altre arti) non ne ha solo assorbito il trauma ma, tramite storie ed eventi analoghi, sensibilmente diversi o con rimandi metaforici, continua a ripercorrerlo e rinarrarlo al fine di esorcizzarlo.

Un’estetica dai colori freddi come le acque dell’Hudson, una tensione che mai si allenta, un personaggio ben caratterizzato psicologicamente, un film emotivo, nervoso, umano. Clint Eastwood con Sully dona speranza a tutti i cittadini americani, quella speranza che si era perduta lasciando spazio solo al terrore e che a distanza di tempo è possibile riconquistare.