Spiderman Homecoming: recensione

PETER PARKER RIPARTE DALLA MARVEL, ALL’INSEGNA DELL’EREDITÀ MA SOPRATTUTTO DELLA DIVERSITÀ

GENERE: Cinecomic

DURATA: 133 minuti

USCITA IN SALA: 6 Luglio 2017

VOTO: 3,5 su 5

Il giovane Peter Parker / Spider-Man (Tom Holland), reduce da un clamoroso debutto in Captain America: Civil War, inizia a sperimentare la sua ritrovata identità da super-eroe in Spider-Man: Homecoming. Entusiasta della sua esperienza con gli Avengers, Peter torna a casa, dove vive con la zia May (Marisa Tomei), sotto l’occhio vigile del suo nuovo mentore Tony Stark (Robert Downey, Jr.). Peter cerca di tornare alla sua routine quotidiana – distratto dal pensiero di dover dimostrare di valere di più dell’amichevole Spider-Man di quartiere – ma quando appare l’Avvoltoio (Michael Keaton), tutto ciò a cui Peter tiene maggiormente viene minacciato.

Spiderman: Homecoming è il sesto film sul personaggio più popolare della Marvel, il secondo reboot dopo quello sfortunato, commercialmente ma per molti anche qualitativamente, di The Amazing Spiderman di Marc Webb. La trilogia di Sam Raimi dei primi anni 2000, specie i primi due episodi, è rimasta nel cuore di molti spettatori dopo tutti questi anni, anche perché si colloca all’alba dell’esplosione del genere cinecomic, prima della vera e propria Golden Age avviata dalla Marvel con Iron Man nel 2008. La pesante eredità lasciata da Raimi e dal Peter Parker di Tobey Maguire, d’altronde, ha di fatto schiacciato quello interpretato da Andrew Garfield, segnandone la fine, aspetto tenuto bene a mente in maniera più che visibile dal regista Jon Watts, e dalle tante “mani” che firmano la sceneggiatura (oltre allo stesso Watts, Jonathan Goldstein, John Francis Daley, Christopher Ford, Chris McKenna, Erik Sommers).

Tra tutti i supereroi Marvel, Spiderman è sicuramente quello più popolare in senso assoluto, ma anche quello avente più villain e personaggi secondari dotati, chi più chi meno, per la maggior parte di un certo spessore. Questo ha fatto sì che nella lunghissima vita editoriale del fumetto (anno di nascita: 1962), oltre allo stesso Peter Parker, anche i suoi comprimari abbiano potuto godere di una discreta popolarità. Watts & co., ancora, lo sanno bene e non fanno che giocare ora con la mitologia, ora con l’immaginario liceale americano esplicitamente made by John Hughes (come affermato dagli stessi autori) a cui la prima fase di vita del protagonista può essere benissimo assimilata.

Al centro dell’azione c’è quindi in primis il Peter Parker quindicenne, con insieme tutte le problematiche derivanti dal caso, primo tratto distintivo di questo Spidey, mai così giovane prima d’ora; ci sono poi citazioni referenziali ai precedenti cinematografici come la chiacchierata scena della nave vista già nel trailer, che nel film però trova uno sviluppo completamente differente rispetto all’eroico gesto di Spiderman 2; si susseguono, infine, diversi nomi che rimandano alle controparti cartacee, dai rivisitati Ned Leeds, Betty Brant, Aaron Davis (nei fumetti zio, in realtà, dell'”altro” Spiderman, Miles Morales, interpretato da Danny Glover), al McGargan dal tatuaggio inequivocabile (interpretato dal “Nacho” di Better Call Saul), fino ai casi di Liz e di Michelle, che in realtà sottilmente nascondono anche importanti sviluppi della trama (presente e futura). Tutto sembra essere disegnato ad hoc per essere funzionale a rendere lo Spiderman di un assolutamente perfetto e irresistibile Tom Holland (probabilmente la miglior rappresentazione dell’Uomo Ragno arguto, verboso, pungente, e soprattutto tanto spesso goffo e “imbranato” dei fumetti) degno erede sì dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo completamente diverso da essi.

Jon Watts sembra infatti voler premere soprattutto su tutto ciò che rende questo Spiderman un “evento unico”. Il desiderio di Peter Parker di essere considerato da Tony Stark meritevole di far parte degli Avengers è ben calato all’interno della linea editoriale “continua” dell’Universo Cinematografico Condiviso della Marvel. Una tematica che parte quindi dal “basso”, ancora poco approfondita sul grande schermo (forse solo in Ant-Man), perno centrale invece dei Defenders di Netflix, che ne fanno il proprio marchio di fabbrica. Le stesse scene d’azione, tutte perfettamente coreografate e oltremodo spettacolari, non sono fini a se stesse, ma ognuna possiede una propria logica narrativa per la crescita del protagonista, ad esaltare non solo le doti fisiche di Spiderman, ma soprattutto quelle intellettive (e morali) di Peter Parker.

Spiderman: Homecoming appare così pensato quasi per essere “piccolo”. La trama ruota tutta attorno alla dimensione ristretta del Queens, del Liceo, della giovane età di Peter, che si scontra con quella gigantesca delle Industrie Stark e delle sue tecnologie avanzate, l’imponente torre degli Avengers, la decennale esperienza di Tony. Il brillante studente-apprendista da una parte, il geniale ingegnere-mentore dall’altra, e l’onnipresenza subito criticata di Robert Downey Jr. diventa, come detto, più che funzionale alla storia. Dicotomia attorno alla quale ruota attorno anche la filosofia del villain, l’Avvoltoio, come nei fumetti primo “vero” nemico del Tessiragnatele, prima prova “reale” del giovanissimo Uomo Ragno. Filosofia espressa da un bellissimo monologo recitato da Michael Keaton, super-cattivo dei bassifondi (e non solo), quindi non un alieno né uno stregone dai poteri illimitati. Adrian Toomes vuole “solo” arricchirsi ai danni dei potenti, non dominare o distruggere il mondo.

Il sesto film di Spiderman è un film, d’altro canto, sicuramente lineare, ben ragionato, ma anche “semplice”, forse anche troppo, dalla caratterizzazione dei protagonisti allo stesso sviluppo della storia. Semplicità, però, perfettamente retta da un alto e piacevole ritmo, da una regia e da un montaggio perennemente sugli scudi, da dialoghi, scene e interpreti sempre divertenti. Tra gli “esordi” dei film Marvel non siamo ai livelli dei primi Iron Man, Guardiani della Galassia o neanche Captain America, ma più su quelli, comunque ben riusciti, di Doctor Strange e Ant-Man. Manca ancora sicuramente qualcosa, manca ancora un “film” fatto e finito, manca ancora il “nuovo” Spiderman 2. La domanda su cui si basa la storia, “New York o il mondo?” ha il pregio di non essere mai stata affrontata; è ben presente comunque il “supereroe con superproblemi”; ma adesso, per salire di livello, non resta che approfondire l’altra importante domanda (seppur, ci si augura, sempre in modo diverso dagli altri): “ne vale la pena?”. Quesito legato alla famosa frase su cui ruota tutto il concetto del personaggio, quel “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Non a caso manca un approfondimento proprio a colui al quale quella frase è legata in maniera indissolubile, solo accennato in un occasione, ma chiaramente lasciato in stand-by dagli autori. Concetto che del secondo decantato e indimenticabile episodio di Sam Raimi, dopotutto, ne era un perno centrale. Spiderman: Homecoming, in conclusione, segna un nuovo percorso che sembra voler percorrere tutte le infinite potenzialità narrative, ancora inespresse, del personaggio. Ma è, e dev’essere, solo l’inizio.

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