Disappearance: recensione

DISAPPEARANCE, OSSIA IL CORAGGIOSO PRIMO LUNGOMETRAGGIO DI ALI ASGARI CHE METTE IN LUCE LE CONTRADDIZIONI DELL’IRAN DEI NOSTRI GIORNI

locandina disappearanceGENERE: drammatico

DURATA: 89 minuti

USCITA IN SALA: n.d.

VOTO: 3,5 su 5

Una ragazza, in piena notte, si reca in un pronto soccorso per chiedere aiuto: è stata stuprata e ha un’emorragia. Raggiunta poco dopo dal fratello, quello che emerge dalla visita è che deve essere operata, ma la sua situazione richiede che venga avviata una procedura specifica essendoci stata una violenza, cosa di cui però la dottoressa è dubbiosa. Così la ragazza scappa dall’ospedale, intimorita di essere stata scoperta. Perché in realtà è tutta una messinscena, una bugia costruita con il suo fidanzato. Sara infatti ha appena perso la verginità, e questo le sta causando una perdita di sangue che non accenna a fermarsi. Allora perché mentire, inventando continuamente nuove situazioni, non in uno ma in tre ospedali diversi, che le negano le cure per motivi legali? Perché questa è Teheran.

Il regista Ali Asgari, reduce con i suoi cortometraggi (tra cui ricordiamo The Silence) da diversi successi in festival internazionali e non del calibro di Cannes, ha debuttato a Venezia 74 nella sezione Orizzonti con Disappearance, il suo primo lungometraggio, ora in concorso al Tiff. Film ispirato a una vicenda realmente accaduta a dei conoscenti del regista, Disappearance porta in scena la nuova generazione iraniana stretta claustrofobicamente tra il desiderio di vivere liberamente le proprie scelte e le imposizione dettate da tradizione, cultura, religione.

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I due innamorati, che portano avanti la loro relazione clandestinamente, si trovano ad affrontare una lunga notte che li mette a dura prova: dimostrare di essere sposati con i dovuti documenti oppure chiamare la famiglia della giovane; non esiste un’alternativa per poter ottenere di essere sottoposta all’intervento, nonostante Sara abbia 19 anni.

La macchina da presa scruta i loro volti, accarezzati dalle tenui luci notturne, con delicatezza e rispetto, senza invaderne le emozioni. Sara è ferita, mortificata, sovrastata da schemi e strutture che non pongono il bene del cittadino al primo posto, sacrificandolo invece in nome di una legge arretrata e una tradizione che non riesce ad essere superata. Tutto ciò in netta contrapposizione con tutto il resto, ossia una città che guarda al futuro in un presente in cui non si può fare a meno dell’uso dello smartphone.

Al di là dei pregi tecnici, il film di Asgari ha un gran merito: quello di essere riuscito a portare all’attenzione del pubblico occidentale e dei grandi festival internazionali una tematica importante come quella del ruolo della donna nella società islamica, soprattutto delle più giovani, la cui tendenza a voler avere uno stile di vita simile a quello delle ragazze di altri Paesi entra in contrasto con i limiti invalicabili del loro Iran.

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"Suonala ancora, Sam"