Blade Runner 2049: recensione

GLI ANDROIDI ADESSO SOGNANO CAVALLI DI LEGNO, MA LA SOSTANZA RIMANE

blade runner posterGENERE: fantascienza, thriller, noir

DURATA: 2 ore e 43 minuti

USCITA IN SALA: 5 ottobre 2017

VOTO: 4 su 5

Trent’anni dopo gli eventi del primo film, un nuovo blade runner, l’Agente K della Polizia di Los Angeles (Ryan Gosling) scopre un segreto sepolto da tempo che ha il potenziale di far precipitare nel caos quello che è rimasto della società. La scoperta di K lo spinge verso la ricerca di Rick Deckard (Harrison Ford), un ex-blade runner della polizia di Los Angeles sparito nel nulla da 30 anni.

Nell’era dei reboot/remake/sequel di grandi cult statunitensi degli anni ’80/90, al cinema quanto in televisione, non poteva mancare (anche se per fan e appassionati più “rigidi”, probabilmente sì) quello di Ridley Scott, che nel 1982 sconvolse pubblico, critica e tutto il genere sci-fi per le sue tematiche, la sua messa in scena, il suo essere indubbiamente “diverso” da tutti gli altri. Come Blade Runner 2049 si è subito mostrato diverso all’interno della marea delle “operazioni nostalgia” di marca statunitense, fin dalla scelta del suo regista, quel Denis Villeneuve autore degli acclamati Prisoners e Sicario, ma soprattutto di Arrival. In diretta continuità col passato si può leggere anche la scelta del ruolo di attore protagonista ricaduta su Ryan Gosling, il quale, come l’Harrison Ford dell’82 reduce dai successi dei personaggi di Ian Solo e di Indiana Jones, è tra i volti più iconici dell’Hollywood contemporanea nel mondo.

La bontà della scelta di un professionista di estrema qualità come Villeneuve la si è subito colta fin dai trailer, eppure nessuna positiva sensazione può essere in grado di preparare a quello che il prodotto finale regala. Il sostanzioso budget, che oscilla tra i 150 e i 185 milioni di dollari, si vede tutto, anzi superando anche ciò che normalmente simili cifre concernono. Il filmaker canadese, con l’evidente ausilio del pluri-nominato direttore della fotografia Roger Deakins (13 nomination agli Oscar, ma nessuna vittoria, chissà se sarà la volta buona), mette in piedi una vera e propria esperienza visiva per lo spettatore, mostrandogli dove l’industria statunitense, a livello tecnico e visivo, è in grado di arrivare. Le musiche di Jòhan Johannsson e Hans Zimmer, con richiami continui  alle “originali” e mai dimenticate di Vangelis, fanno il resto, tenendo il fruitore perennemente inglobato nel distopico, piovoso e cupo mondo degli androidi, anche di fronte a ben 163 minuti di durata.

Sì, perché il punto in cui Blade Runner 2049 incontra maggiori pecche e difficoltà è probabilmente quello narrativo. Lo script di Hampton Fancher e Michael Green ha il merito, alla base, di riuscire a costruire una storia e dei protagonisti aventi una propria dignità, pur possedendo una diretta continuità con l’originale, in una specie di gioco di rimandi e allo stesso tempo di rovesciamenti. Stavolta su K, per esempio, non ci sono dubbi, si tratta di un replicante, eppure non manca il mistero attorno alla sua natura. Stessa cosa dicasi per i dubbi morali che circondano la Corporation di Wallace, che ha col tempo sostituito la Tyrell. Gli origami non ci sono più, ma c’è un cavallino di legno intagliato a mano che nasconde un significato esistenziale. Soprattutto, a tal proposito, è sempre presente, inevitabilmente, la filosofia attorno alla quale ruotava il romanzo di Philip K. Dick, fin dall’esplicativo titolo: “Do Androids Dream of Electric Sheep?“.

Croce e delizia della pellicola è allora l'”ingombranza” della storyline di Gosling e della co-protagonista Ana de Armas (Trafficanti, vera sorpresa del cast). Il rapporto tra il replicante e Joi, oltre a rappresentare quasi un’upgrade rispetto a quello tra Deckard e Rachel, quasi un tocco “contemporaneo” con una relazione alla Her di Spike Jonze, diventa il fulcro tanto dello sviluppo della trama, quanto dell’approfondimento di K, in preda ai tormenti sulla sua natura; tanto dell’apparato tecnico, con i due protagonisti della scena probabilmente più impressionante a livello visivo, quanto di quello filosofico ed esistenziale perennemente sullo sfondo. Rispetto ad essi, quindi, i personaggi secondari appaiono decisamente sottotono se non piatti, dalla dura Robin Wright al fumoso villain Jared Leto. La duplice indagine di K, narrativa e “personale”, specie nella sua risoluzione finale, è sicuramente la parte più interessante e riuscita della pellicola. Ecco, lo è meno quella relativa alla vera e propria continuità col passato, certamente più “rivoluzionaria” all’interno della mitologia cinematografica, ma alla fine meno d’impatto. Le due e mezza di film possono insomma sentirsi, eppure la storia resta comunque sempre accattivante, e soprattutto la potenza delle immagini non possono che rapire la sensibilità dello spettatore per tutto il tempo.

Di Blade Runner 2049 non ricorderemo nessun monologo rivelatore e iconico recitato sotto la pioggia, ma senza dubbio rimarrà sempre nella nostra memoria il mondo realizzato e messo in scena da Villeneuve, in questo caso sì come la Los Angeles del 2019 di Ridley Scott. Non sarà il miglior film di fantascienza degli ultimi anni, né tantomeno il miglior Villeneuve, ma senza dubbio è tra i più riusciti delle “operazioni-nostalgia” dell’ultima Hollywood. Nel suo indagare, a tutti gli effetti, sull’unicità dell’essere (umano quanto androide, contemporaneo quanto futuro), nel suo mettere in scena tutto ciò che la macchina del cinema è oggi in grado di realizzare (e quindi l’amore di un regista per il mezzo con cui sceglie di raccontare la propria visione), Blade Runner 2049 possiede ciò che i recenti reboot/remake/sequel hanno spesso dimostrato di non possedere (al contrario dei replicanti): un’anima.

 

 

 

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