Last Flag Flying: recensione

ARRIVA A ROMA IL MALINCONICO ROAD MOVIE DI RICHARD LINKLATER, PELLICOLA PREZIOSA CON TRE FANTASTICI INTERPRETI

last-flag-fying-posterGENERE: drammatico
DURATA: 125 minuti
USCITA IN SALA: –
VOTO: 4 su 5

Uno dei più apprezzati registi statunitensi torna dietro la macchina da presa per portare sullo schermo il romanzo di Darryl Ponicsan, una storia che mostra – ancora una volta – l’affetto che lega il cineasta alla sua terra natia a cui però non lesina critiche: Richard Linklater approda alla Festa del Cinema di Roma con Last Flag Flying, di cui è anche sceneggiatore insieme a Ponicsan.

La pellicola, un appassionante road movie, ruota attorno a tre uomini (anche qui, dunque, un nucleo di protagonisti maschili, solitamente presente nelle opere del regista texano): Doc, Sal e Mueller sono degli ex marine che hanno combattuto fianco a fianco nel Vietnam e che non si vedono da decenni. Fino a quando Doc va a trovarli entrambi chiedendo loro un favore: aiutarlo a organizzare il funerale del proprio figlio, morto sul campo a Baghdad, la cui salma sta per arrivare. I tre, estremamente cambiati ed estremamente diversi l’uno dall’altro, si mettono dunque in cammino insieme, in un viaggio che fa emergere, tra le esilaranti battute di Sal e i rimbrotti di Mueller, ricordi, rimpianti e vicissitudini di un passato trascorso in guerra in modo incosciente e inconsapevole, che ora, però, ha lasciato il posto a un presente amaro e disilluso.

Sono spazi di vita americana quelli contenuti in Last Flag Flying, filtrati dalla poetica che Richard Linklater ha mostrato di possedere in titoli come Boyhood o la trilogia di Before. Una vita americana che viene raccontata senza paura di infilarsi nei suoi meandri più spiacevoli e con un linguaggio che assume però il vivido colore dei turpiloqui di Sal: un ritratto dunque vivissimo, caratterizzato da chiaro-scuri che dipingono una realtà sociale e politica entrata profondamente in crisi. Quella stessa realtà che i protagonisti della storia soffrono quotidianamente senza avere il coraggio di combatterla apertamente, fatta di una progressiva perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni e che porta, di rimando, a cercare punti di appoggio fermi nella famiglia e nell’amicizia.

Lo sguardo di Linklater si sofferma sulle ambiguità di oggi, dalla doppia faccia dell’America “salvatrice” alla natura degli “eroi” tanto decantati, siano essi vivi o portati in trionfo coperti dalla bandiera a stelle e strisce – altro elemento caratterizzante la cinematografia del regista.

Il Sal di Bryan Cranston è un irresistibile ritratto di chi ha deciso di reagire a tutto ciò pur riconoscendosi irrimediabilmente sconfitto, avendo dentro una voglia di ribellione che tuttavia fuoriesce sottoforma di disperata ironia, accesa e a tratti demenziale, innaffiata da alcol e parolacce. A lui fa da controcanto il Mueller di Laurence Fishburne, ex alcolista ed ex “appassionato” di donne, ora convertitosi in pastore che dal pulpito della sua chiesa lancia appassionate prediche per cercare di salvare anime perse come la sua un tempo. La menzione d’onore, però, va al Doc di Steve Carell, attore troppo spesso sottovalutato: un personaggio caratterizzato da una grande sofferenza interiore, un dolore sordo che non può avere soluzione e che viene vissuto sottovoce. Lo sguardo di Carell, cosi dimesso e rivolto spesso verso il basso, riesce a denunciare questo tormento interno con ammirevole dolcezza, quasi a soffocare una rabbia giusta e comprensibile.

Un tormento interno che, con elementi diversi, risiede in ognuno dei personaggi, divenendo esso stesso la vera guerra da combattere. Una guerra che Linklater porta sullo schermo denunciando ciò che le gira attorno ma decidendo, allo stesso tempo, di soffermarsi e di dare valore a ciò che conta davvero e che, dopo tutto, funge da vera ancora di salvezza: il senso di umanità, i rapporti interpersonali, il legame tra i suoi protagonisti.

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