Il corto La casa dei piccoli cubi

LA CASA DEI PICCOLI CUBI, IL PICCOLO CAPOLAVORO DI KUNIO KATO DEL 2008: UN CORTO SENZA TEMPO DALLA STRABILIANTE POTENZA COMUNICATIVA

La casa dei piccoli cubi 1 Nel 2009 vinceva il premio Oscar come Miglior cortometraggio d’animazione, dopo l’uscita nel 2008, e i curiosi possono recuperarlo su Netflix: è La casa dei piccoli cubi (Tsumiki no ie), corto d’animazione del giapponese Kunio Kato, della durata di 12 minuti.

Lo stile grafico è molto più vicino a quello occidentale che a quello tipico degli anime; ogni scena sembra un piccolo quadro dipinto, con colori che oscillano dal verde al rosso al giallo.

Il protagonista del corto è un anziano, con la pipa in bocca e il cappellino in testa, che vive da solo nella sua casa della grandezza di una stanza, circondato da numerose foto appese ai muri. A ben vedere, la sua abitazione è misteriosamente circondata da una distesa d’acqua, da cui affiorano poche altre strutture tra case e tetti. Un paesaggio “inspiegabile e inspiegato”, che rafforza il senso di solitudine legato al vecchietto.

Un giorno l’uomo si risveglia con l’acqua sotto al letto: il livello si è alzato entrandogli in casa. Allora si fa portare dei mattoni con una barchetta, sale sul tetto e inizia a costruire un altro piano. Quando la sua inseparabile pipa gli cade in acqua decide di recuperarla, immergendosi con una tuta da sub.

A questo punto inizia la parte davvero emozionante de La casa dei piccoli cubi, ossia il momento in cui la sua discesa in acqua alla ricerca della pipa smarrita diventa un viaggio attraverso le case ormai sommerse in cui l’uomo ha vissuto in passato, posizionate l’una sopra l’altra e collegate da botole. Ogni stanza fa riemergere in lui un ricordo, ed equivale quindi a un momento importante del suo passato, come la nascita della figlia o l’innamoramento. E allora più si va a fondo, più si torna indietro nella memoria.

L’idea iniziale, dato il paesaggio “apocalittico” e il mistero che ruota attorno alla sua spiegazione, potrebbe far pensare ad un lavoro sul surriscaldamento e sull’innalzamento delle acque presentato in modo poetico. Ma in realtà una metafora molto più sottile si cela in queste scene, e la potenza del cortometraggio risiede proprio in questo forte messaggio, che emoziona profondamente lo spettatore: nonostante la solitudine del vecchietto, non sarà mai veramente solo, perché porta con sé il ricordo dei momenti più belli della sua vita. A renderlo ancora più unico, è l’assenza del sonoro, in quanto il corto è muto.

Ma per emozionarsi non c’è bisogno di parole.

 

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"Suonala ancora, Sam"