La Ruota delle Meraviglie: recensione

L’ULTIMO ALLEN SI “NASCONDE”, MENTRE IL VERO PROTAGONISTA È STORARO

ruota delle meraviglie posterGENERE: commedia, drammatico

DURATA: 101 minuti

USCITA IN SALA: 14 Dicembre 2017

VOTO: 3 su 5

Tra facili speranze e nuovi sogni, le vite di quattro personaggi si intrecciano nel frenetico mondo del parco divertimenti: Ginny (Kate Winslet), ex attrice malinconica ed emotivamente instabile che lavora come cameriera; Humpty (Jim Belushi), il rozzo marito di Ginny, manovratore di giostre; Mickey (Justin Timberlake), un bagnino di bell’aspetto che sogna di diventare scrittore; Carolina (Juno Temple), la figlia che Humpty non ha visto per molto tempo e che ora è costretta a nascondersi nell’appartamento del padre per sfuggire ad alcuni gangster.

Scritto e diretto da Woody AllenLa Ruota delle Meraviglie sorprende, fin dall’inizio e poi per gran parte della pellicola, proprio per non sembrare affatto un film del regista statunitense. L’ultima parte della filmografia di Allen, d’altronde, non ha certo goduto di un buon riscontro critico (eccezion fatta per Midnight in Paris), in particolar modo il più recente Cafè Society. Eppure la reazione del regista, per il suo film successivo, è stata quella di confermare proprio due degli aspetti più inusuali, nella sua carriera, registrati nel lavoro precedente: l’ambientazione d’epoca (stavolta gli anni ’50, a Coney Island), e, soprattutto, la fotografia di Vittorio Storaro. E stavolta quest’ultimo si prende, in maniera decisa e mercato, la scena, salvando quella che rischiava d’essere l’ennesima bocciatura.

Storaro dipinge con minuzia e affascinante funzionalità narrativa una Coney Island fatta di luci intense e magnetiche, ora fredde e ora calde, che a turno enfatizzano dialoghi e momenti altrimenti banali, che esaltano a più riprese le prove del solito cast prestigioso, stavolta alle prese però con personaggi (per l’appunto) “spenti” e vuoti. Se col procedere della storia Ginny/Kate Winslet si dimostra l’unica vera protagonista di spessore, ben retta dall’immensa bravura dell’attrice; se Humpty/Jim Belushi sorprende in tutta la sua prepotente e allo stesso tempo ingenua fisicità; la coppia Timberlake/Temple alla fine risulta avere un ruolo molto più marginale e piatto, di quello che si poteva pensare al principio, stereotipi tanto quanto i ripescati Soprano che li minacciano, utili solo alla causa della trama, che però quasi mai presenta particolari guizzi di imprevedibilità.

La Ruota delle Meraviglie trova allora un senso proprio nella sua “atipicità”, nello straniamento quasi voluto dal suo autore. Allen abbandona la ricerca intimista ed esistenziale nelle idiosincrasie del genere umano (limitandosi a quella, comunque intrigante, della gelosia e dell’insoddisfazione femminile), scegliendo invece quella tecnica e stilistica. E chissà se rimarrà un caso isolato all’interno del suo eterno percorso artistico, o segnerà invece l’inizio di una nuova fase della sua carriera, forse meno brillante e meno coinvolgente, ma quantomeno “artistica”, ammaliante e, per l’appunto, nuova.

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