Benedetta follia: recensione

LA BENEDETTA FOLLIA DI CARLO VERDONE, CHE DOPO 40 ANNI DI CARRIERA ANCORA SA OSARE SUL GRANDE SCHERMO

Benedetta_follia_Poster_ItaliaGENERE: commedia

DURATA: 109 minuti

USCITA IN SALA: 11 gennaio 2018

VOTO: 3 su 5

Guglielmo, uomo di mezza età che nel giorno del suo 25esimo anniversario di matrimonio, viene lasciato dalla moglie per un’altra donna, tra l’altro commessa nel suo negozio di arte sacra e articoli religiosi. Quando Luna, una ragazza di periferia e dai modi sfrontati e un po’ coatti, irrompe per essere assunta, tutto per Guglielmo cambia: la giovane lo iscrive a Lovit, app per incontri, e l’uomo si ritroverà suo malgrado alle prese con esilaranti tentativi di approccio da donne disposte a tutto per rimorchiare, finché l’amore tornerà nella sua vita grazie a un incontro fortuito.

Ci troviamo in un’epoca in cui non riusciamo più a fare a meno di tablet, cellulari, connessione dati, e peggio ancora subordiniamo anche i nostri sentimenti ad app e siti vari, dove ci si iscrive sperando di trovare l’anima gemella. E il nostro protagonista lo fa a cinquant’anni suonati, quando dopo l’abbandono dalla moglie si vede costretto a ricominciare da capo per combattere la solitudine e per ritrovare la voglia di vivere, senza limitarsi ad esistere. Benedetta follia, il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone, parte proprio da questa idea, dettata dalla nuova esigenza di raccontare storie e situazioni piuttosto che portare in scena personaggi con vizi e ossessioni.

Così, dopo un paio di film a prevalenza maschile, Verdone torna a circondarsi di donne, con quello che lui stesso ha definito il cast migliore che abbia mai messo insieme. Con lui Ilenia Pastorelli nei panni dell’inarrestabile commessa tamarra di periferia, che dimostra di avere un talento naturale per le commedie, Maria Pia Calzone nel ruolo dell’infermiera attenta e dolce, Lucrezia Lante della Rovere come l’ex moglie che ha scoperto la propria omosessualità dopo un quarto di secolo di matrimonio, e poi ancora Paola Minaccioni, Elisa Di Eusanio, Francesca Manzini.

Per la prima volta si affianca agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti (Lo chiamavano Jeeg Robot): una nuova collaborazione che si fa sentire e propone nuove trovate mai viste prima nell’universo verdoniano, fra le quali non passa inosservata la scena onirica-psichedelica-musicale del primo balletto di Verdone in 40 anni di carriera (coreografato da Luca Tommassini). E se è dichiarato e tangibile il suo sentirsi impacciato e poco a suo agio in questa situazione fortemente voluta dagli sceneggiatori, è pur vero che bisogna riconoscergli il coraggio di saper ancora osare provando qualcosa di mai fatto né pensato prima, che rappresenta una ventata di aria fresca dopo lo stallo dei suoi ultimi film e che lo svincola da decenni di tipi e personaggi amati e indissolubilmente legati al suo nome e al suo volto.

Ma Benedetta follia propone anche delle scene tipicamente verdoniane fin dall’apertura, quando vediamo un ringiovanito Guglielmo abbordare la futura moglie in sella alla sua moto lungo i tornanti di Gaeta, e poco dopo preoccuparsi della salute del cardinale che ha strappato la veste in prova per i troppi chili presi. A queste se ne affiancano molte altre comicissime nel corso del film, come quella in coppia con la Manzini, quando il telefonino, durante l’appuntamento al ristorante, diventa oggetto erotico del (dis)piacere: sarebbe bastato davvero poco a rendere la scena volgare, ma una maggiore attenzione alla regia e al montaggio, nonché le giuste battute, riescono a far funzionare la situazione.

Insomma, il film fa ridere tanto, nonostante a tratti appaia troppo episodico e frammentato, ma le scene comiche si susseguono e sono numerose. Inoltre il contrasto fra la sfera maschile e quella femminile funziona a dovere, e trova nella coppia Verdone/Pastorelli un modo nuovo di mostrarsi, essendo i due molto lontani anagraficamente e non destinati a stare insieme ai fini della trama, ma incarnando un tipo di relazione molto più vicino a quello padre/figlia (anzi stanno talmente bene sul grande schermo che speriamo da questo momento nascano nuove collaborazioni).

A non convincere del tutto, però, è il finale, dove la sensazione è quella di aver voluto inserire rocambolescamente un happy ending troppo edulcorato per i personaggi. Ma lo stesso Verdone ha dichiarato di aver cercato la pacatezza, e lo fa mostrando anche una Roma poetica e da cartolina, così lontana dal decadimento che la capitale sta vivendo negli ultimi anni: questo ci piace, e tanto, perché ci fa sentire tutta la fiducia e l’amore sconfinato che l’attore/regista prova per la città eterna.

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"Suonala ancora, Sam"