A Casa Tutti Bene: recensione

MUCCINO TORNA RITROVANDO L’ITALIA E LA POTENZA DEL SUO CINEMA

a casa tutti bene poster GENERE: commedia, drammatico

DURATA: 1 ora e 45 minuti

USCITA IN SALA: 14 febbraio 2018

VOTO: 3,5 su 5

A Casa Tutti Bene è la storia di una grande famiglia che si ritrova a festeggiare le Nozze d’Oro dei nonni sull’Isola dove questi si sono trasferiti a vivere. Un’improvvisa mareggiata blocca l’arrivo dei traghetti e fa saltare il rientro previsto in serata costringendo tutti a rimanere sull’isola e a fare i conti con loro stessi, con il proprio passato, con gelosie mai sopite, inquietudini, tradimenti, paure e anche improvvisi e inaspettati colpi di fulmine.

Due anni dopo L’estate Addosso, dopo quella che era una storia ambientata a metà tra Italia e Stati Uniti, Gabriele Muccino torna in patria con un film girato praticamente nella sua interezza sull’Isola d’Ischia. Non sembra allora un caso che la scelta per il suo “pieno” ritorno sia ricaduta su un classico del nostro cinema, ovvero quella del dramma borghese, del racconto corale, con al centro una famiglia tanto allargata quanto disfunzionale. Se lo spunto non appare certo dei più nuovi o originali, così come le tematiche (la vera forza invece dell’altro più recente dramma borghese, Perfetti Sconosciuti), ad esaltare questa riunione fatta di “gelosie mai sopite, inquietudini e tradimenti” ci pensa il cast, d’altissimo valore, e il suo direttore d’orchestra, Muccino ovviamente.

La filmografia di Muccino è da sempre oggetto di accesa controversia, di netta divisione critica, di opinioni che vanno dalla celebrazione totale al disprezzo più profondo. Ecco, A Casa Tutti Bene è un titolo caratterizzato dalla medesima schizofrenia interna. Viaggia continuamente tra fragorose cadute di stile e sofisticati virtuosismi, tra ilarità involontaria e comicità sottile e ricercata, ma quel che resta, a lungo andare, è una decisa e consapevole impronta autoriale, che cresce e convince man mano che il film scorre. Come ogni storia corale che si rispetti, infatti, il valore e l’intensità della storia sono legati alla scrittura dei personaggi e alla prestazione degli attori che li interpretano. E allora, A Casa Tutti Bene si macchia di un inizio stentato, fatto di personaggi volutamente archetipici e ben inquadrati, ma che vanno pari passo con interpretazioni poco convincenti e, come detto, al limite della risata involontaria, o addirittura del “fastidio” interiore (in primis, tutta la sottotrama di Stefano Accorsi e Elena Cucci, ma si possono aggiungere anche i personaggi di Sabrina Impacciatore e Stefania Sandrelli).

Ma dal secondo atto in poi, ossia dalla pubblicizzata scena “sanremese” sulle note di Bella Senz’Anima, successiva quindi alla presentazione sottotono, il film prende una sua precisa direzione e, insieme ad essa, la regia di Muccino. L’autore de L’Ultimo Bacio La Ricerca della Felicità inizia a tirar fuori tutto il suo bagaglio culturale, con riferimenti dichiarati all’epoca d’oro del cinema italiano, e tecnico, con sofisticati e immersivi piano sequenza ben costruiti. Soprattutto crescono le performance attoriali, in particolar modo con lo strepitoso duo Carolina Crescentini-Pierfrancesco Favino e i veri “protagonisti” finali Giulia Michelini-Gianmarco Tognazzi, le quali seguono in toto quello stile concitato, aggressivo ma terribilmente liberatorio proprio della poetica mucciniana.

La crescita dell’esperienza spettatoriale arriva al suo apice nel finale, dove tutto acquista un senso preciso, tutto raggiunge la propria insospettabile potenza (Morelli-Impacciatore su tutti), perfino quegli elementi che prima stonavano col resto (come la coppia Claudia Gerini-Massimo Ghini, protagonisti di una delle scene più delicate ed eleganti del film). A Casa Tutti Bene, allora, non risulta affatto un passo indietro per la crescita del nostro cinema, ma, va detto, neanche un grande passo avanti, rimanendo comunque ancorato (per scelta) a un certo passato, per quanto riportato nella modernità con vigorosa e preoccupante schiettezza: nulla è davvero cambiato, forse neanche Gabriele Muccino, ma in quest’ultimo caso, probabilmente è un bene.

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